I Sonny son desideri: la Roubaix di Colbrelli

Colbrelli da domenica nella storia del ciclismo. In una Roubaix martoriata dal meteo vince e si ritaglia una pagina mitologica della bicicletta

di Francesco Fiori
Francesco Fiori
(134 articoli pubblicati)

A vederli nel fango, cader da soli, non riconoscer la maglia all'arrivo c'è tanta tenerezza in uno sport dal fascino immenso. Si parla di ciclismo d'epoca ma anche la Parigi Roubaix del 2021 non scherza.

E non scherza l'ItalBici che prima si rammarica per i guai di Gianni Moscon poi esulta, con un gran boato, per la vittoria di Sonny Colbrelli nell'olimpo delle Classiche.

E dire che il trionfo nel fango nasce quasi per caso, con l'italiano che ad inizio gara dichiarava ai compagni: "Mi sveglio, guardo fuori dalla finestra: il diluvio… A colazione ho detto loro: “Ragazzi, ci vediamo sul bus, perché tanto io duro poco…”. Altro che durar poco, sarà trionfo.

Colbrelli è appena la vittoria numero 14 di un italiano nella Roubaix, succedendo a Tafi, ultimo vincitore nel 1999, precedendo allo sprint Florian Vermeersch e il favorito Mathieu Van der Poel, in una gara che sa di leggenda, spostata dalla domenica di Pasqua ad un ottobre che trasforma la strada in un fango continuo e il pavé in un arma fratricida.

Alla fine Sonny ha realizzato l'impossibile, dopo il campionato Europeo ha dimostrato che la pasta del campione, sbocciata in maniera definitiva a 31 anni è dura e da oggi leggendaria.

Un peccato che i quotidiani sportivi diano sempre la prima pagina interamente al calcio, ai mega milionari Messi o Ronaldo, tralasciando lo sport di sacrificio, quello che regala emozioni vere e che invece spesso viene ridicolizzato con doping o furfanti vari. Magari non si coglie realmente la bellezza delle due ruote e di un telaio leggerissimo, di pietre che sanno di mito, tra Roubaix e Fiandre e di un Colbrelli (chiamato Colbrello in un Tg) che magari verrà presto dimenticato, perché è più importante leggere se Donnarumma parte titolare o no nel Psg stellare.

Invece noi esaltiamo i 257 chilometri di pura follia della Roubaix, all'edizione numero 118 (e capita che le poche vittorie italiane sanno di leggenda), che ha consegnato alla storia lo sprint di tre ciclisti completamente infangati, riconoscibili solo per pochi dettagli, ma soprattutto per quell'urlo di Colbrelli che ha reso possibile un sogno impossibile. Abbiamo vinto anche la Roubaix. 

Fonte: l'autore Francesco Fiori

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