Rilanciare il calcio italiano in poche semplici mosse (Parte I)

Riduzione delle squadre, aumento degli italiani in campo e altre possibili soluzioni per invertire il declino del pallone azzurro

di Ciro Balestrieri
Ciro Balestrieri
(59 articoli pubblicati)

La profonda crisi che da circa 10 anni il calcio italiano sta attraversando non può essere più nascosta dopo la debacle della nazionale. Ormai il drastico abbassamento di livello dei maggiori campionati italiani è visibile a tutti specialmente a confronto dei campionati esteri (Premier League su tutti) e non basteranno le dimissioni di qualche dirigente per fermare il declino dello sport più seguito d’Italia. Però ci sono una serie di misure adottabili che porterebbero in poco tempo al rilancio del calcio nostrano. Bisogna certamente partire dalla riduzione del numero di società nelle divisioni professionistiche, ad esempio la Serie A a 20 squadre non è più sostenibile. Infatti il tasso tecnico delle “piccole” della massima lega è sceso a tal punto che molte (se non tutte) di queste società avrebbero giocato massimo in Serie B fino a qualche anno fa. Il caso limite di quest’anno è il Benevento capace di battere tutti (o quasi) i record negativi delle maggiori serie professionistiche europee. Oggi in Serie A militano 20 squadre, in Serie B 22 mentre la Serie C è divisa in 3 gironi per area geografica con complessivamente 58 club. Per alzare il livello medio bisogna ridurre tutte e tre le categorie, partendo in primis dalla Serie A che deve passare da 20 a 16 società, la Serie B da 22 a 20 mentre la Serie C può permettersi al massimo 40 squadre, divise in due gironi da 20 ciascuna. Il passaggio da 20 a 16 della massima serie può avvenire nel giro di un paio d’anni. Si può passare a 18 tra due stagioni (la prossima è già obbligatoriamente a 20) facendo retrocedere 4 società dalla A e promuovendone 2 dalla B (attualmente le retrocessioni/promozioni tra le due divisioni sono di 3 squadre) e l’anno successivo si può ripetere lo stesso numero di promozioni e retrocessioni e si ottiene una Serie A da 16 club, e per Serie B e C si adotta un sistema analogo. Di conseguenza, il numero di retrocessioni/promozioni tra A e B non può essere superiore a due in modo da evitare che possibili squadre tecnicamente inferiori riescano a passare dalla B alla A. Molti potrebbero dissentire riguardo alla riduzione del numero di società perché porterebbe ad una perdita economica per le partecipanti, ma è davvero così? Se analizziamo i bilanci delle società si scopre come la maggior parte degli introiti proviene dai diritti televisivi e dal merchandising e non più dalla classica vendita di biglietti, ma soprattutto è la parte commerciale a fare la differenza nei fatturati e non i diritti TV né tantomeno i ricavi provenienti dai ticket venduti. Il punto cruciale sta qui, ossia siccome il numero di partite giocate non è così rilevante rispetto al merchandising, la perdita economica dovuta alla diminuzione del numero di club verrebbe ampiamente coperta (e probabilmente superata di gran lunga) dal maggior ricavato del merchandising. Difatti il merchandising cresce quando il campionato è tecnicamente più elevato e soprattutto molto più combattuto. Non essendo i diritti TV molto polarizzati verso i club d’alta classifica, la distribuzione dei proventi favorirebbe di più le società con budget ristretti e di conseguenza le piccole potrebbero rinforzarsi a tal punto da non rendere affatto la vita facile alla “grandi”.

 La Parte II nel prossimo articolo.

Provenienza Ricavi
Fonte: l'autore Ciro Balestrieri

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