La scomparsa di Davide Astori: un anno dopo

Cosa ci ha lasciato la perdita drammatica e inaccettabile di un grande calciatore e di un grande uomo.

di Fanny Boninu
Fanny Boninu
(21 articoli pubblicati)
Un solo abbraccio

È ormai passato un anno da quel 4 marzo 2018. Era un giorno di elezioni, in TV si parlava di statistiche, i seggi di tutta Italia brulicavano di cittadini con le schede in mano, pronti a dire la loro. Chissà che tempo c’era, se faceva freddo o se c’era il sole, se pioveva o si sentiva già la primavera. Lo ricorderanno in pochi, perché d’un tratto quel giorno si è riempito di lacrime, è calata la nebbia: “Astori se n’è andato”, e in tutto il paese è tornato l’inverno. Se n’era andato così com'era vissuto: in punta di piedi, senza tanti clamori, come un pugno allo stomaco. Un anno dopo. Come nelle più classiche sceneggiature da film drammatico ci si chiede cosa sia rimasto. Ed è rimasto tutto, indelebile, potente, come solo nella vita reale, in quella di un professionista, di un uomo buono, di un uomo comune.

È rimasta l’impotenza, l’incapacità di ciascuno di noi di controllare fino in fondo la propria vita. Astori era un essere umano, e come tutti fragile nel vibrare leggero e sottilissimo dell’esistenza. Non si sa se siamo figli di Dio, del fato, ma, quel destino che all'improvviso cambia ogni cosa, colpisce tutti: i calciatori, chi ha in mano il mondo, chi fa un lavoro meno risonante e retribuito. È il bello e il brutto di questa roulette russa, che un giorno chissà come gli ha messo il pallone sui piedi, quello successivo l’ha reso un simbolo di Cagliari, Roma, Fiorentina sino alla Nazionale, e poi quello dopo ce lo ha portato via senza nemmeno avvisarci.

È rimasto il suo sorriso, che brillerà in eterno in quello di sua figlia e che in questa ventiseiesima giornata di serie A, al tredicesimo minuto, rivolgerà lo sguardo di tutti i tifosi d’Italia sullo stesso volto. È un sorriso che racconta l’odore acre di sudore dei sogni, che però si possono realizzare solo quando ci si lascia dentro un pezzo di cuore. Il suo illumina con dolcezza uno sport bellissimo, facendo scendere il sipario su scandali, eccessi, sulle cifre di calciomercato per raccontare i sogni di tutti, così preziosi perché delicati, custoditi e sgualciti nel palmo di una mano.
 
È rimasto quel numero 13, in eterno nelle maglie ritirate del Cagliari e della Fiorentina, a raccontare sempre la sua storia, quasi a ricordarci che, anche se i calciatori vanno e vengono da una squadra all'altra, e si dice che la scelta estrema di indossare gli stessi colori tutta la vita non sia adatta all'ambiente e ai giovani d’oggi, due città la sua pelle se la sono cucite addosso. Perché forse nessuno è indispensabile, ma i professionisti che sono prima di tutto uomini sono quantomeno insostituibili.
 
È rimasta l’unanime solidarietà di colleghi e tifosi che, per una volta, hanno creduto solo nel calcio, senza pregiudizi, insulti, stupide rivalità che con lo sport non hanno nulla a che fare. E non importa se alcuni sciacalli che si spacciano per interisti, dopo il discusso rigore dato alla Fiorentina, hanno augurato ad allenatore e giocatori della squadra avversaria la stessa fine di Astori. Il miracolo di cancellare ogni forma di ignoranza e mancanza di buon senso è forse una richiesta troppo grande in un mondo immenso  di creature piccolissime; confidiamo nel fatto che la memoria sia selettiva e trattenga le cose più importanti, mentre i tanti pareri che si affollano senza un volto su internet sono destinati a strisciare inconsistenti dentro la propria banalità. 
 
È rimasto l’ospedale di Accra, in Ghana, che porta il suo nome. È specializzato nel trapianto di midollo e sostenuto dall'associazione fiorentina Cure2Children, a cui Davide ha offerto immagine ed aiuti economici. Qui sono state salvate le vite di quattro bambini. Ed è giusto chiudere con l’immagine proprio dei bambini, come quei piccoli tifosi che l’hanno accolto ormai diversi anni fa in una scuola del cagliaritano tra domande e risate. O ancora con quel suo grandissimo sorriso. Quello di Davide, che ci ha lasciato un anno fa, in punta di piedi, senza tanti clamori, proprio come un pugno allo stomaco.

Fonte: l'autore Fanny Boninu

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