Giacomino Losi: una luce a riflettori spenti

Atto primo: non bastaron le bombe a seppellire i sogni

di Giacomo Carlesso
Giacomo Carlesso
(11 articoli pubblicati)
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Ci sono volti che parlano da sé; trasudano una storia talmente profonda che la voce non ha bisogno di raccontare. Sono volti di uomini che non sentono il bisogno di ergersi sopra i propri simili; che possiedono una virtù, oserei dire cavalleresca, come il saper ascoltare; uomini che hanno il coraggio delle loro azioni e sanno concretizzare i propri ideali con fatti concreti. Ma soprattutto sono uomini che hanno saputo e sanno resistere ai tempi sempre più vuoti, un esempio per chi si approccia alla vita, un orgoglio che non va confinato tra le pareti di una festa nazionale. Sono tutti coloro che hanno partecipato e partecipano alla Resistenza.

Tra questi vi è sicuramente Giacomo Losi. Giacomo è nato il 10 settembre 1935 a Soncino, comune cremasco famoso ,tra le altre, per tre cose: la Rocca sforzesca, nella quale Ermanno Olmi girò Il Mestiere delle Armi nel 2001; l' aver cullato l'infanzia di Marianna Deleyva, meglio conosciuta come la Monaca di Monza, citata dal Manzoni ne I Promessi Sposi; ed infine per aver fatto da capolinea alla vita del Tiranno per eccellenza, Ezzelino III da Romano.  Giacomo proviene da una famiglia umile: la madre Maria era una di quelle filandere coriacee che non si facevano mettere i piedi in testa da un padrone; il padre Pietro lavorava in una cooperativa di facchini che riempivano e svuotavano i grandi silos. La guerra a raccontarla, è ancora una ferita che non smette di sgorgare dolore. I

n quella ignominia, Losi perse il nonno e quattro zii paterni. Inoltre rischiò di non vedere mai più suo padre. Infatti Pietro era socialista e rifiutò a più riprese la tessera del Fascio. Lo vennero a prendere gli squadristi. Due anni in un campo di lavoro in Cecoslovacchia, e poi fuggì. Tornò dai figli e dalla moglie, che stentarono a riconoscerlo. Giacomo, spinto dall'esempio di dignità che ogni giorno gli regalavano i suoi genitori , sentì di dover aiutare la sua famiglia e la sua gente. E scelse di farlo portando bombe e nastri di mitragliatrice ai partigiani che sparavano giù dalla Rocca. L'unico che poteva vantarsi dei propri meriti era il silenzio. 

Era il 1945 e Mino (abbreviativo di Giacomino) aveva solo dieci anni. Chissà in quel periodo dove vivevano i suoi sogni,perché anche sotto la polvere e le macerie, tra un bombardamento e una fucilazione i sogni (come diceva il compianto Gianmaria Testa nella sua “Ninna nanna dei sogni”) non dormono mai. Il pallone e la bicicletta. Due idoli:Fausto Coppi e il Grande Torino. I ritagli di allora su Coppi, di “Gazzetta” e “Calcio e Ciclismo Illustrato”, li conserva tuttora con estrema cura. Il viaggio di nozze, in 1100, l'aveva organizzato da coppiano: Sanremo, Montecarlo, Nizza, poi via verso l'interno con Grenoble, Briançon, l'Alpe d'Huez, l'Izoard.

In sostanza: le montagne di Coppi. Quando l'Airone smise di volare ,non riuscendo ad andare al funerale, organizzò un viaggio in bici da Soncino al cimitero di Castellania. Una sorta di pellegrinaggio in bicicletta,quella sorella che da piccolo, pur non avendola mai abbracciata, portava sempre con sè. Poi c'è l'altro amore sportivo della sua vita:la Vieja(come la chiamava un suo amico di nome Alfredo). Il calcio, per Giacomo, ha la faccia di don Giovanni, il prete dell'oratorio. Oltre a far giocare i ragazzi con una palla di stracci, organizzava le Olimpiadi soncinesi: salto in alto, in lungo, 100 metri e maratona di circa 5 km. Vinceva tutto Mino... Giacomino mosse i primi passi nella Virtus, una squadra fondata assieme ad amici, nella quale oltre ad esercitare le abilità agonistiche, esercitò quelle apprese come aiuto-sarto realizzando i calzoncini per sé e per i suoi compagni.   Ah, c'era anche un'altra passione:il clarinetto.  Strumento che suonava nella banda di Soncino, anche se mirava a passare alla tromba. Fino ai 15 anni suonava per un piatto di pane e salame, mentre gli altri pomiciavano. Ma tra Verdi e Donizetti spuntò la Cremonese, la prima nota di una sinfonia che lo condusse alla leggenda.

Fonte: l'autore Giacomo Carlesso

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