Argentina 78: il mondiale della vergogna

40 anni fa l'Albiceleste vinse la sua prima coppa del mondo, in casa. Un'edizione farsa, giocata in un Paese dilaniato da una dittatura sanguinosa

di Antonio Siracusa
Antonio Siracusa
(106 articoli pubblicati)
Argentina Celebrate

Nel 1964, il comitato esecutivo della Fifa assegna all'Argentina l'organizzazione del mondiale del 1978. Nessuno allora, però, poteva minimamente immaginare che si sarebbe giocato in un clima surreale e di terrore. Complice un colpo di stato, che all'alba del 24 marzo del 1976, diede vita ad una delle più feroci tirannie nella storia del sudamerica. Isabelita Peron fu arrestata, e il potere passò all'autorità militare. Il generale Videla, capo dell'esercito, divenne presidente. La costituzione fu sospesa così come tutte le libertà civili e sindacali. Oltre trentamila persone spariranno nel nulla, sono i "desaparecidos", torturati e uccisi in centri dislocati anche a poche centinaia di metri dagli stadi che ospitarono le partite del mondiale, o lanciati vivi nell'oceano, da alta quota, da appositi aerei militari. Il mondiale fu dichiarato dal regime obiettivo di interesse nazionale. Per trasformare l'evento in un successo planetario non si badò a spese, e furono impiegate risorse economiche quattro volte superiori a quelle spese dalla Spagna per organizzare il mondiale del 1982. 

L'Italia di Enzo Bearzot disputò un grande torneo, gettando le basi per il trionfo di quattro anni più tardi. Gli azzurri arrivarono quarti giocando un calcio spettacolare. Inoltre fu l'unica nazionale a battere l'Argentina, 1-0, nella fase a gironi. La formula di quell'edizione prevedeva che dopo la prima fase a gruppi, le 8 qualificate sarebbero state nuovamente suddivise in due gironi da quattro squadre, dove le vincenti avrebbero avuto accesso alla finalissima. L'Italia arrivò seconda nel suo gruppo, dietro all'Olanda. Nell'altro girone, Argentina e Brasile, dopo lo 0-0 nello scontro diretto, arrivarono a giocarsi l'accesso alla finale nell'ultima giornata. Le due partite non si giocarono in contemporanea. I brasiliani scesero in campo per primi, e batterono la Polonia 3-1. I padroni di casa, alla luce di questo risultato, causa la migliore differenza reti dei verdeoro, erano obbligati a battere il Perù con almeno tre gol di scarto, e segnando un minimo di quattro reti. L'Argentina s'impose con un clamoroso 6-0. Tutti parlarono di combine, di pressioni sui giocatori peruviani, che ricevettero anche una visita del generale Videla nello spogliatoio, prima della gara, e di finanziamenti erogati dal regime argentino. Il giorno della partita, il pullman del Perù impiegò due ore per arrivare allo stadio, quando solitamente quel tragitto si copriva in quindici minuti. La "mermelada peruviana", come fu soprannominata, non fu mai provata. Nei decenni successivi, tuttavia, numerose dichiarazioni dei protagonisti di allora, in qualche modo, la confermarono.

Il 25 giugno a Buenos Aires Argentina e Olanda si giocarono il titolo, l'arbitro era l'italiano Gonella, e la sua direzione di gara fu contestata fortemente dagli olandesi e dalla critica per avere tollerato un gioco fin troppo duro e violento da parte degli argentini. Anche la fortuna arrise ai padroni di casa. Sull'1-1, oltre il novantesimo, Resenbrik, con una deviazione superò il portiere argentino Fillol. Il pallone sembrava destinato in rete e sarebbe stato il gol vittoria per l'Olanda, ma la sfera incocciò il palo. Nei supplementari, poi, la Seleccion prese il sopravvento, e vinse 3-1, potendo così alzare al cielo la prima coppa del mondo della sua storia. Nonostante le pressioni e le strumentalizzazioni politiche, quella nazionale era una squadra con valori tecnici importanti e giocatori di talento. Su tutti Passarella, il capitano, che spenderà gran parte della sua carriera in Italia, Kempes e Ardiles. Talenti che non videro sottolineati i propri meriti, passati in secondo piano per colpa di un regime che, come in altri momenti del secolo scorso, usò il calcio e lo sport come strumento per mascherare orrori e genocidi. La verità, come sempre, ci mise anni a venire alla luce, e si capì che un paese perse un'intera generazione, composta da studenti e giovani lavoratori, che non tornarono più a casa.

Fonte: l'autore Antonio Siracusa

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