Il Giro d’Italia ha dimostrato che c’è ancora spazio per la follia

La spregiudicatezza di Yates e l'impresa eroica di Froome hanno confermato che il ciclismo sarà sempre uno sport d'altri tempi

di Antonio Casu
Antonio Casu
(33 articoli pubblicati)
Chris Froome

Pensavamo fosse telecomandato, Chris Froome. Ed è innegabile che l'impresa che gli ha permesso di vincere la 101esima edizione del Giro d'Italia è frutto della programmazione maniacale di un gruppo, il Team Sky, che cura sempre ogni dettaglio. Ma la cavalcata vincente che l'ha portato a Bardonecchia non è solo questo. È  molto altro. È il coraggio di un campione a cui non fregava niente del terzo posto.  E la follia di un fenomeno che ha affrontato a muso duro la tappa più difficile e l'ha domata da solo, grazie ad una storia di straordinario eroismo lunga 83 chilometri. È, soprattutto, il manifesto di uno sport, il ciclismo, che non si arrenderà mai fino in fondo ai tatticismi e all'assenza di spettacolo, vivendo al contrario di genuina imprevedibilità

Il Giro d'Italia che si è concluso domenica è stato meraviglioso. Grazie a Froome, meritatissimo vincitore finale, e ancor di più a Simon Yates, protagonista di una strategia che, al contrario di quella del connazionale britannico, non gli è valsa la maglia rosa di Roma, ma tre tappe e la gloria che si deve agli impavidi. La sua spregiudicatezza ha fatto saltare il banco, sovvertendo ogni regola non scritta del ciclismo di oggi: il leader è attendista, devono attaccare gli altri. Yates, per fortuna, non è fatto così: aveva paura della cronometro e ha dato tutto, fino a prosciugarsi e crollare sul Colle delle Finestre. 

Mentre il giovane britannico portava avanti una terribile Via Crucis, il campione del Team Sky riscriveva la Storia recente del ciclismo. Non è un caso: non ci sarebbe stato l'eroismo di Froome senza l'enorme generosità di Yates. Connessi, in un unico coro. Facce diverse della stessa medaglia, fatta di trionfi clamorosi e terribili disfatte. A dispetto di chi calcola troppo ed è ancora convinto che oggi non ci sia più spazio per certi exploit. Non è così:  il bianco e nero di Coppi e Bartali ha gli stessi toni del giallo e il rosa di Pantani, sfumati in decenni di grandi campioni e racconti leggendari. Perché il ciclismo non è l'espressione di imprese d'altri tempi. È, semplicemente, uno sport senza tempo. 

Fonte: l'autore Antonio Casu

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