Marchionne: quando parlano i risultati e il coraggio nelle scelte

Il ricordo del Presidente della Ferrari attraverso il racconto del suo periodo più difficile al timone del Cavallino: l'estate 2016.

di Edoardo Gori
Edoardo Gori
(104 articoli pubblicati)
Addio a 66 anni

La storia di Sergio Marchionne alla Ferrari ha avuto tanti momenti topici, ma fra i tanti quello che meglio descrive quest’esperienza è l’estate 2016: la Scuderia guidata ai box da Arrivabene era nel pieno di una crisi tecnica, inaspettata visti i proclami d’inizio stagione. A Hockenheim, sulla stessa pista che domenica scorsa ha ospitato il dramma di Sebastian Vettel, le due Rosse erano giunte solo al quinto e al sesto posto, mai in lotta per la vittoria e dietro anche alla Red Bull che doveva essere niente più e niente meno che la terza incomoda del duello fra Mercedes e Ferrari.

Per Marchionne, che a marzo aveva fatto mille appelli sulle possibilità mondiali del Cavallino, la figuraccia era già da archiviare: via James Allison (attuale DT della Mercedes) e fiducia alle menti già presenti nell’azienda, quasi tutte italiane, col responsabile dei motori Mattia Binotto a ricoprire il ruolo più preminente. Cadere o risorgere con le proprie forze, come face il Drake nel 1974 quando chiamò il giovane Montezemolo per dirigere il reparto corse  e diede carta bianca all’ingegnere Forghieri sul versante tecnico. Quella volta la Ferrari per tornare al successo ci mise tre gran premi, aspettando il Gp a Jarama con Lauda, mentre Vettel nel 2017 andò immediatamente a segno, cullando il sogno mondiale sino a settembre, quando il disastro di Singapore e i guai alla power unit spensero ogni speranza.

La Ferrari però era resuscitata per l’ennesima volta, con una crescita che quest’anno ha raggiunto vette ancor più alte: tuttora è la prima avversaria della Mercedes (e in certe condizioni è pure più forte), che solo due anni fa pareva un colosso impossibile da sconfiggere. Un mezzo miracolo firmato in primis da Sergio Marchionne, l’uomo che aveva creato tanto scetticismo e anche un po’ di antipatia quando divenne presidente nell’autunno del 2014. Si è fatto amare coi risultati e con la fermezza. Ha creduto nelle capacità di persone sottovalutate e adesso divenute menti invidiate in tutto l’ambiente. Sarebbe servito come acqua fresca nel deserto in questo momento difficile per la Rossa, però magari si farà sentire lo stesso, anche se in un altro luogo, anche senza presenziare col suo inseparabile maglione nero. Ciao, Sergio!

Fonte: l'autore Edoardo Gori

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