Ferrari, altro che tattico! Al team servirebbe un Todt

In Giappone l'ennesimo caso di una gestione che non funziona partendo dal vertice, ben lontano dalla gestione di Jean Todt

di Marco Michelli
Marco Michelli
(30 articoli pubblicati)
todt e arrivabene

Vi ricordate le imprese veliche di Luna Rossa nell’Americas Cup? All’epoca nella barca di Prada, accanto allo skipper Francesco De Angelis a vincere la Louis Vuitton Cup c’era un uomo di nome Torben Grael. Il brasiliano era soprannominato “il mago del vento” per la sua capacità di capire su quale lato del percorso andare per avere velocità. Il suo fiuto lo portò a vincere tra l’altro due ori olimpici e sette volte i campionati mondiali e una Volvo Ocean Race, ossia tutto quello che in ambito velico vale la pena vincere. Una figura leggendaria.

Perché ne parliamo in un articolo di Formula 1? Perché il team principal della Ferrari, Maurizio Arrivabene, dopo l’ennesima figuraccia giapponese nelle qualifiche ha detto che alle rosse servirebbe una figura che, parole sue, “fiuti l’aria e sappia indirizzare il gruppo: un tattico come in coppa America”. Cioè Grael applicato alla pista.

Ma alla Ferrari di oggi nemmeno uno come Grael potrebbe fare il miracolo di portare a casa il titolo, perché se anche una figura simile esistesse davvero, non servirebbe in un team così mal gestito e poco affiatato.

Torniamo al tragico sabato delle qualifiche del Giappone: nella Q3 le Ferrari entrano in pista montando le intermedie mentre tutti i team sono usciti con le supersoft: ci hanno provato, è chiaro, tentando il tutto per tutto ben sapendo che le Mercedes erano più veloci.
Questa non è una figuraccia in sé perché l’azzardo, sperando che di lì a poco la pioggia diventasse copiosa e cambiasse i valori delle gomme, ci poteva perfino stare, come hanno detto i due piloti. Semmai il problema è un altro, anzi sono due, uno più grave dell’altro.

Il primo problema è il decidere di adottare una soluzione così estrema, mettendo a rischio l’intera gara di entrambi i piloti, senza magari decidere di impostare due strategie diverse. E poi, quel che è peggio, è come, per l’ennesima volta, si evidenzia l’opacità della figura di Arrivabene stesso.

Dopo le prove, infatti, il team principal fa delle dichiarazioni riprese dalla Gazzetta.it che sfiorano il ridicolo: "Quello che è successo è inqualificabile e inaccettabile: bastava guardare cosa facevano gli altri per capire che la scelta delle intermedie era errata. Io non interferisco mai con le scelte tecniche della squadra, ma sono molto arrabbiato. La nostra è una squadra giovane e per questo paga un prezzo molto alto".

E’ proprio in quella frase dove Arrivabene dice che: “Non incido con le scelte tecniche”, la stortura di una gestione che non funziona: perché è proprio lui che dovrebbe essere la guida e il terminale ultimo di ogni strategia adottata.

Ricordate i fasti di Todt? Il “piccolo Napoleone” all’epoca dei titoli in serie aveva accentrato ogni decisione e curava tutti gli aspetti della gara, oltre al posizionamento delle figure chiave. Questo Arrivabene non lo fa, o forse non lo sa fare e il team in ogni circostanza appare titubante e poco squadra. Ad un osservatore esterno sembra di rivedere a Maranello tutte quelle frizioni e quei clan tipici di gestioni sbagliate e che proprio Jean Todt era riuscito a scardinare in toto, rivoluzionando l’assetto interno e trovando una quadratura che sembra sparita.

E non mancano le evidenze: il box Ferrari era il fiore all’occhiello delle rosse, adesso ogni cambio mette i brividi, quando anche non viene chiamato sbagliando il tempo del rientro. A Monza Vettel si è fatto bucare da Hamilton finendo in testa coda e testimoniando un nervosismo che andrebbe gestito meglio. La tattica di Singapore è stata un suicidio sportivo, con un’assenza totale di gioco di squadra dei  piloti che si sono marcati finendo per favorire le Mercedes.

Box, pressione, ordini di gara: si tratta di errori in serie frutto di una pessima pianificazione e dell’incapacità di gestire le situazioni di stress, che evidenziano la mancanza di ordini di scuderia certi. Ecco perché Grael non sarebbe decisivo. E, magari, proprio fiutando il vento, non accetterebbe l’incarico.

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Fonte: l'autore Marco Michelli

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