F1: Vettel mi ricorda Schumi per davvero…nelle critiche

I recenti errori di Vettel hanno scatenato mille polemiche tra gli appassionati in rosso: una situazione simile a quella dei primi anni di Schumi?

di Edoardo Gori
Edoardo Gori
(122 articoli pubblicati)
Reggere la pressione

In questo lunedì difficile per chi tifa Ferrari (difficilissimo per chi come il sottoscritto è stato a Monza), una domanda mi affascina ma al tempo stesso mi spaventa: ma se ci fossero stati i social anche una ventina di anni fa, quando Schumacher, Todt, Montezemolo e il resto della squadra non vincevano, sarebbe successo lo stesso putiferio che oggi vede protagonisti Vettel e Arrivabene? Probabilmente, ripensando alle tante discussioni da bar che ascoltai in quei tempi, seppur fossi bambino, tenderei a rispondere di sì e forse azzarderei nel dire che sarebbe anche potuto essere un putiferio peggiore per un semplice motivo: la Ferrari era a digiuno da più tempo rispetto a oggi.

Attenzione, questo non è un tentativo di assolvere Sebastian Vettel o Maurizio Arrivabene dai loro errori: se il weekend di Monza è finito con la gioia Mercedes, la responsabilità ce l’ha chi ha resistito eccessivamente alla Roggia e chi ancora non ha approntato solide strategie di scuderia (anche se, sportivamente parlando, l’ultima quasi non la formulerei nemmeno, perché vedere Raikkonen nelle stesse modalità di Bottas mi farebbe tanto male al cuore). Questo è un tentativo per mostrare come anche colui che è dai più osannato come il miglior pilota di sempre (e anche chi è considerato il miglior presidente e chi il miglior direttore sportivo) abbia commesso le sue leggerezze nei primi anni in Rosso, e come poi si è riscattato. Ora facciamo questo giochino: immaginatevi di avere un account social nel 1997 ed accedervi la sera del 26 ottobre, dopo che Michael si è insabbiato all’uscita del tornante Dry Sack di Jerez: “Crucco di m****, come puoi far entrare quel brocco di Villeneuve in curva così?!”, oppure: “a sono queste le manovre che deve fare un pilota pagato fior di miliardi di lire?!”. Ripetete la stessa cosa il pomeriggio del 1°novembre 1998, a poche ore dalla vittoria di Hakkinen a Suzuka: “Ma che bello: svegliarsi all’alba per vedere un tedesco che non sa nemmeno partire!”, oppure ancora: “E bravi quelli al muretto dei box, che non sanno neanche avvisare dei detriti in pista”. Ultima tappa: la sera del 27 agosto 2000, dopo che Hakkinen ha compiuto ai suoi danni uno dei sorpassi più belli di sempre a Spa (quello col doppiato Zonta nel mezzo): “Bravo pirla, tanto casino a inizio mondiale e poi non sai nemmeno fare due doppiaggi…”, e ancora: “Ma chi c**** ha scelto questo idiota? Montezemolo, dimettiti insieme al sosia francese di Vitali!”.

Che lo scenario ipotetico sia un po’ esagerato? Forse, ma che Schumi e soci abbiano affrontato mari in tempesta è vero. Che finisca allo stesso modo anche con Vettel? Schumi vinse il primo titolo con la Ferrari al quinto anno, Seb è al quarto, perciò l’anno della verità sarà il prossimo. Probabilmente, rispetto a quei tempi, la Ferrari è più incasinata di allora (ha perso il presidente da un mese circa) e forse l’avversario è anche più tosto (Hamilton sbaglia raramente, Hakkinen era più fallace), quel che però dovrà togliere più dubbi sarà ovviamente lo stesso Vettel. Schumacher dimostrò la sua classe venendo fuori da quei fantasmi, spesso prendendosi responsabilità non sue (il meccanico storico D’Agostino, in una recente intervista su Autosprint, lo ha scagionato dallo stallo a Suzuka ’98, del quale il tedesco si prese la responsabilità), Seb in questo è già a posto (vedere il post Hockenheim dove non accampò scuse). Il campione si vede soprattutto nei momenti di fragilità e di emozione, perciò Sebastian, se sei davvero il nuovo Schumi, sorridi delle tante lamentele e degli “ingegneri del lunedì” (come li chiamava Enzo Ferrari). Quel “crucco” prima di te dopo la figuraccia a Spa 2000 vinse a Monza e scoppiò in lacrime in conferenza stampa, almeno il primo passo cerca di farlo a Singapore. Sbagliare però non ti è più concesso: i social possono aspettare, Hamilton no, né quest'anno né il prossimo.

Inseguendo il mito
Fonte: l'autore Edoardo Gori

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