F1: 40 anni senza Ronnie Peterson

L'11 settembre 1978 periva a Milano il pilota svedese, idolo degli appassionati per la sua guida aggressiva

di Edoardo Gori
Edoardo Gori
(109 articoli pubblicati)
Lo Svedese Volante

Che ci fosse qualcosa che non andava Ronnie lo aveva già capito fin dal venerdì, quando la sua Lotus continuava ad accusare dei problemi alla frizione che non la facevano volare come nel resto della stagione. Una stagione in cui poteva lottare seriamente per il titolo, se solo il suo boss Colin Chapman non l’avesse costretto a fare da scudiero al primo pilota Mario Andretti, involato verso un titolo quasi senza storie. Ronnie però non voleva alzare bandiera bianca, avrebbe almeno voluto infastidire seriamente il compagno di team sino alla fine, ma in quel weekend monzese la sua vettura non voleva proprio farlo correre come voleva.

Domenica 10 settembre 1978 era la data del suo ultimo appello, ma il buongiorno, o meglio il giorno maledetto, si vide fin dal warm-up mattino: i freni lo abbandonarono e Ronnie finì fuori pista alla seconda variante, riportando danni irreparabili per la gara che sarebbe scattata nel pomeriggio. Lo svedese, da sempre idolo del pubblico per il suo temperamento mai domo, non poté far altro che sedersi sul muletto meno competitivo (era il telaio dell’anno prima) su cui fu installato il motore della vettura danneggiata. Qualcuno nel box storse il naso per il timore della presenza di sassi nello scarico, ma alla fine sullo schieramento il casco di Ronnie Peterson fu regolarmente presente. Era pronto per una gara tutta in salita lo svedese, ma dopo nemmeno pochi metri giunse l’inferno: fu dato il verde troppo presto, quando ancora i piloti nelle ultime file non si erano neppure schierati, si creò così un effetto fisarmonica che causò un inevitabile imbuto alla prima variante. Ronnie, che partì molto lentamente per problemi al motore (forse proprio a causa dei sassi che erano rimasti al suo interno dal botto mattutino), si trovò affiancato a James Hunt, che improvvisamente fu urtato da Riccardo Patrese (su cui gravarono mille accuse da cui fu totalmente e giustamente scagionato nel processo del 1981) e finì addosso alla sua Lotus. Ronnie non poté far altro che prepararsi all’impatto col guardrail, ma subito dopo attorno a lui c’era l’inferno delle fiamme. Fu lo stesso Hunt, coadiuvato dai soccorritori della neonata CEA, a trascinarlo via da quella trappola mortale. La corsa nel frattempo fu interrotta (fu ripresa solo alle 18.15 dopo mille polemiche e fu vinta da Lauda dopo la doppia penalità per partenza anticipata ai due primi classificati, Andretti e Villeneuve) a causa del groviglio che si era innescato.

Ronnie aveva fratture multiple alle gambe ma era cosciente, preoccupava molto di più Vittorio Brambilla, che era incosciente per colpa di una ruota che l’aveva colpito sul casco. Forse Ronnie, prima dell’operazione che i medici stavano per fargli quella sera, stava già pensando al 1979 dove avrebbe corso con la McLaren, senza più quei rapporti di scuderia che gli avevano tarpato quelle ali. Purtroppo però, il destino aveva preparato per lui delle ali del tutto diverse: la mattina di lunedì 11 settembre 1978, un’embolia gassosa improvvisamente spense il suo cuore, il suo corpo e la sua carriera, ma non il suo mito. Se ne andò a soli trentaquattro anni, con dieci vittorie senza quel titolo mondiale che sfiorò nel 1971 e proprio nel 1978 (alla fine rimase secondo nel Mondiale). Forse è destino che certi miti non invecchino e non vincano mai, restando incompiuti ma comunque memorabili. Ronnie Peterson, anche se non c’è più da quarant’anni, nel cuore degli amanti della F1 avrà sempre un posto bello caldo.

Fonte: l'autore Edoardo Gori

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