Una triste storia moderna (e non)

Seguitemi in questo breve excursus di pensieri e fatti sul pallone nostrano

di Luca Gallotti
Luca Gallotti
(4 articoli pubblicati)
Uno dei titoli ormai ricorrenti

Correva l’anno 2005: l’uragano Katrina devastava New Orleans, ci lasciava Papa Giovanni Paolo II, nasceva “la TV del terzo millennio” ossia Youtube, Londra veniva falcidiata da un efferato attentato terroristico con più di 50 vittime civili. Nel mondo parallelo italiano, quello del pallone, assistevamo attoniti e interessati alla prima fuga di notizie sulle presunte irregolarità nello svolgimento del campionato. Venne alla luce lo scandalo di Genoa-Venezia e iconizzata la valigetta che, in viaggio tra i due capoluoghi, conteneva il contratto del calciatore Ruben Maldonado e 250.000 euro in contanti. Seguitemi. Se c’è la concreta possibilità, il pensiero di fare soldi si tramuta in una necessità vitale da soddisfare, costi quel che costi. Penso che sia più semplice truccare un incontro di uno sport individuale; in uno sport di squadra, invece, il risultato sportivo è difficile da aggiustare. Nel 2006 Adidas lancia la campagna “Impossible is nothing” ottenendo un successo mondiale. Eppure, incredibile ma vero, erano in ritardo! In Italia infatti, ben prima del 2006, c’era chi pensava non ci fosse nulla di impossibile. Sì, perchè nei meandri di una realtà sempre più difficile e di uno sconfinato libero arbitrio, cosa costava osare? Iniziarono a cambiare i nomi e i format delle competizioni, poi le vittorie iniziarono a valere tre punti e non più due. In parole povere, un passo falso era più arduo da recuperare.

«L'importante non è vincere ma partecipare. La cosa essenziale non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene.» Così parlava Pierre de Coubertin, il fondatore dei moderni giochi olimpici, esprimendosi sullo sport. Condivido l’affermazione, pur riconoscendo una modesta difficoltà a vivere la sconfitta come se non fosse importante evitarla ad ogni costo. Ecco, ad ogni costo. M-e-t-a-f-o-r-i-c-a-m-e-n-t-e parlando. Invece il valore intrinseco e morale del calcio in quanto sport, venne tristemente meno. L’indagine famosa come Calciopoli scoperchiò il vaso di Pandora e vennero a galla realtà sconcertanti. In soldoni, tutti noi appassionati stavamo godendo di una realtà che stava collassando su se stessa, marcia. Aspettavamo un risultato o speravamo in un gol ignari che il copione fosse già stato scritto, come in una banalissima recita. Il profitto sostituì il risultato sportivo relegando il tifoso al ruolo di mero spettatore di secondo piano. Lo spettacolo sul manto verde si era trasformato in un prodotto da vendere, commercializzare, sfruttare. E in un’Italia stanca e depressa, tutto questo non poteva che essere un’opportunità per i malpensanti. Chi mastica calcio conosce le squadre interessate, le penalità inflitte, i volti coinvolti. Io ritengo che non abbiano pagato tutti i colpevoli; ritengo che dovesse obbligatoriamente pagare qualcuno e che tanti altri, quasi tutti, siano rimasti impuniti. D’altro canto, siamo maestri nel fare giustizia sommaria e nel trovare un capro espiatorio da perseguitare fino allo sfinimento.

Il nuovo millennio ha riscritto le regole del gioco, ci ha catapultati in un sistema frenetico figlio della speculazione, una diabolica macchina che non si ferma mai, ci occupa ogni giorno della settimana e sembra quasi vivere di vita propria, come un animale preistorico che si evolve e non cede mai alle ere geologiche. Penso che la vittoria del Mondiale nel 2006 abbia soffocato completamente il calcio nostrano, lo rese povero di talento e ambizione, lo rinchiuse in una spirale di insuccessi internazionali allineandolo alla situazione del nostro Paese. D’altro canto ai vertici del sistema, ora come allora, ci sono personaggi surreali, specchi di uno Stato in coma. Se mi avete capito, se mi avete seguito in questa cinica digressione di fatti e pensieri, non vi sembra di notare come tutto quello che ho raccontato sia, in fondo, un de-ja vu dalle tinte dannatamente attuali? Non riesco a levarmi dalla testa questa scomoda sensazione, come se fosse semplicemente una triste storia di politica moderna.

Fonte: l'autore Luca Gallotti

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