Una rivoluzione russa formato “mondiale”

Questa Coppa del Mondo sarà ricordata per la caduta delle big, tra squadre modeste, disorganizzazione e star lasciate sole.

di Marco Ghilotti
Marco Ghilotti
(99 articoli pubblicati)
Brazil v Switzerland Group E - 2018 FIFA

"Too big to fail" è un espressione usata per riferirsi, nel 2008, a quelle aziende o banche talmente importanti da non poter essere private dell'aiuto statale in caso di bancarotta. Se tiriamo avanti l'orologio di dieci anni pare il titolo perfetto per un documentario sui Mondiali di Russia 2018. Troppo grandi per fallire era la percezione che noi tifosi calcistici avevamo alla vigilia del torneo nei confronti delle big del football mondiale, Spagna, Germania, Brasile e Argentina: all'alba delle semifinali sono solo un ricordo evanescente. Questa Coppa del Mondo, però, sarà principalmente ricordata per la caduta delle corazzate, una disfatta dovuta a due grandi fattori: l'equiparazione del livello tra le Nazionali e la solita grande verità, ossia che i big non possono vincere un torneo da soli. 

Nell'attuale Ranking FIFA il Belgio è terzo, dietro alla Germania e al Brasile. Come fa una nazione di soli 11 milioni di abitanti a essere davanti a potenze storiche come Francia, Italia e Spagna? Semplice: il livello delle squadre "medie" si è decisamente alzato negli ultimi anni. Nazionali come Uruguay, Portogallo, Croazia e ovviamente Belgio hanno prodotto una quantità di talenti sufficiente a ridurre notevolmente il gap con le big. Prima a farla da padrone c'era il Classicismo, ora al potere c'é il Futurismo, dei vari Modric, Hazard e De Bruyne. Anche l'Inghilterra stessa, che non raggiungeva un posto tra le prime quattro da ben 28 anni, è li a giocarsi la vittoria. Merito dei programmi delle Federazione, che hanno voluto investire sulle academy e che ora si ritrovano squadre più o meno giovani che lottano per prendersi la Coppa. Il Belgio, dopo il fallimento dell'Europeo casalingo del 2000, ha intrapreso questa strada, coltivando i suoi calciatori al punto giusto prima di mandarli all'estero ormai maturi. I vari De Bruyne e Lukaku si sono prima fatti le ossa in patria, e solo in un secondo momento hanno deciso di sfondare nei campionati più importanti. Così facendo, anche le nazionali che prima passavano in secondo piano si sono prese la rivincita sulle big, che sono state invece incapaci di credere nei giovani, puntando ormai su gruppi sazi di vittorie, come nel caso della Germania, o su stili di gioco non adatti alla rosa a disposizione, com'é accaduto agli spagnoli, costretti anche a convivere con il caos scatenato da Florentino Perez e dal Real Madrid. 

La seconda grande causa è in realtà una grande verità, e cioè che i tornei lunghi e intensi come il Mondiale non si vincono da soli. L'hanno dimostrato in particolare l'Argentina e il Portogallo, che potevano contare sui detentori degli ultimi 10 Palloni d'Oro, Messi e Ronaldo. Non avere a fianco compagni all'altezza, o un sistema di gioco che si abbini alle proprie caratteristiche sono fattori che impediscono di vincere un torneo così prestigioso. Meza e Perez, piuttosto che Guedes e Bruno Fernandes, non sono gli Iniesta e i Xavi su cui poteva contare Villa nel 2010. Il successo della Spagna è stato figlio di un modo di giocare ben definito, consolidato col tempo, che alla fine ha decisamente dato i suoi frutti. La Sentenza Bosman ha poi avuto i suoi effetti, perché molti giocatori ora militano nei campionati più disparati, e soprattutto nel caso dell'Argentina questa differenza si è fatta sentire, dato che i vari Meza, Perez e Pavon andavano a ritmi diversi da quelli a cui Di Maria e Agüero sono abituati in Europa. Nonostante vengano definiti superstar, i vari Ronaldo, Neymar e Messi non sono dei robot perfetti. I fenomeni che noi idolatriamo sono sempre uomini con i loro limiti. Se non li avessero lo sport non avrebbe senso di esistere, ed è anche per questo motivo che dovremmo ritenerci soddisfatti di poterli ammirare.

Fonte: l'autore Marco Ghilotti

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