A tutto Condò: Che anni ruggenti quelli di Usa 94!

Intervista a una delle più prestigiose firme del giornalismo Italiano, tra passato presente e futuro

di Giuseppe Di girolamo
Giuseppe Di girolamo
(119 articoli pubblicati)
FuoriCinema 2017 - September 16

Per chi come me è cresciuto a pane e Gazzetta dello Sport, Paolo Condò fa parte della mitologia del giornalismo. Una di quelle entità che credi esistano solo negli articoli che scrivono, non tangibili, che non appartengono a un corpo. Invece quando hai la fortuna di conoscerlo, ti rendi conto che non solo lo puoi vedere, stringergli la mano e parlarci, ma che è anche una persona squisita, una enciclopedia che puoi sfogliare solleticando le corde dei suoi ricordi. Intervistare Paolo Condò vuol dire intraprendere un viaggio, quindi allacciate le cinture: si parte!

Partiamo dal Milan, cosa ne pensi del ritorno di Ibrahimovic?

"Per il lavoro che faccio non posso che esserne felice, più protagonisti ci sono nel nostro calcio più diventa ricco il panorama da commentare. Il Milan ha un grande bisogno della personalità di Ibrahimovic, prima ancora dei suoi gol".

Questa Inter non ti ricorda la prima Juventus di Conte?

"Naturalmente si, oltretutto l'Inter oltre ad avere Conte in panchina ha Marotta tra i propri dirigenti, quindi è inevitabile tornare con la memoria alla Juventus che iniziò il suo ciclo vincente. Bisogna però tener presente che 9 anni fa l'inter post triplete emetteva gli ultimi vagiti di quel ciclo, e anche il Milan attraversava la fase finale della sua lunga epoca d'oro. Oggi la situazione è un po' diversa".

Sempre ammesso che la Juventus abbia un problema, si tratta di Sarri?

"Non credo al momento che la Juventus abbia un problema, direi piuttosto che è in atto un cambiamento. E' molto complicato cambiare testa a una squadra vincente, perché i giocatori fanno fatica a comprendere il motivo per cui la strada che è stata maestra fino a qualche mese fa, vada abbandonata".

Potrebbe essere cominciata la parabola discendente di Mourinho e Ancelotti?

"Secondo me bisogna fare dei distinguo tra i due. Visto come sono andate le cose a Napoli, credo che Ancelotti stia rimpiangendo di non aver accettato quella panchina della Nazionale che era stata offerta a lui per primo. Mourinho invece non ha questo problema, prima di definirlo in fase calante io conterei fino a cento. Piuttosto Guardiola, secondo me, potrebbe spingerci a fare questo tipo di riflessione".

C’è molto ottimismo intorno alla Nazionale, forse troppo, non credi?

"Più che ottimismo lo chiamerei desiderio. L'assenza della Nazionale dall'ultimo mondiale ha privato il pubblico e gli addetti ai lavori di un appuntamento importante".

Parliamo di olimpiadi, qual è l’atleta Italiano che aspetti più di chiunque altro?

"Non ho dubbi in merito, Federica Pellegrini, la sua è una storia fantastica. Le gesta di questi grandi sportivi, che ignorano la carta d'identità e continuano a perpetuare i loro i successi, aiutano anche noi giornalisti che assistiamo alle loro vittorie a sentirci ancora giovani. È un po' come essere nel ritratto di Dorian Gray, più loro vincono più tu ringiovanisci".  

Veniamo a te, qual è il personaggio che avresti voluto intervistare?

"Tanti, ma su tutti Muhammad Alì, per tutto ciò che ha rappresentato. A mio parere è stato un faro del ventesimo secolo, non solo dal punto di vista sportivo".

L’avvenimento sportivo che hai vissuto in prima persona che ti ha emozionato di più?

"Vado a ritroso, torno ai miei anni ruggenti e dico i Mondiali di calcio Usa 94.  Ho molti ricordi, a partire dall'inopinata sconfitta al debutto, contro l'Eire, poi l'ottavo di finale contro la Nigeria, quando Baggio negli ultimissimi istanti pareggiò la partita, portandola ai supplementari, tirandoci così metaforicamente tutti giù dall'aereo che avrebbe fatto ritorno a casa", 

Oggi lavori a Sky, quale opportunità in più ha dato alla tua carriera?

"Da Sky ho ricevuto una offerta che mi ha permesso di capire che era arrivato il momento di dedicarmi al commento, non più alla cronaca. Non credo molto ai giovani che scrivono editoriali, per commentare devi aver visto tanto sport, devi prima fare esperienza come cronista, che tengo a precisare, è un lavoro bellissimo".

Fonte: l'autore Giuseppe Di girolamo

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