Sport, caffè e considerazioni varie

Quando la colazione si tinge all'improvviso di calcio e pallone

di Riccardo Sanna
Riccardo Sanna
(54 articoli pubblicati)
Discussioni al bar

Bar. Ore dieci del mattino di un sabato qualunque. 

«Cosa è successo, Gino, ai ragazzini di oggi? Un tempo non si vedeva l'ora di abbandonare le fatiche del lavoro per poter dare due calci al pallone! Ti ricordi, amico mio, le ore passate nei campi? Avevamo solo quindici anni e alle diciotto si rincasava. Un pallone fatto di stracci e calze bucate, la strada, due grosse pietre a sostituire i pali e si calciava finché mamma, dal balcone, ci chiamava quando era pronta la cena».

«Erano altri tempi, Antonio. Non avevamo tempo per il divertimento, per questo il desiderio di fare sport cresceva.»

Così un tizio, all'amico con il quale condivideva il tavolo (ed erano anziani e sembravano delusi) rammentava i tempi che furono, sottolineando particolari ora inesistenti, in una classica mattinata di paese nel loro bar preferito. Sono assorto: la conversazione ha innescato in me un meccanismo arguto di riflessione. Intanto le cameriere si muovono svelte e riferiscono, nel trambusto, gli ordini presi alle banconiere per poi chiederne di altri.

«Gradisce qualcos'altro?». 

«Mi prepari un decaffeinato, grazie» rispondo.

Rifletto e ascolto i due anziani, che non smettono di interloquire.

«È colpa della tecnologia che ha deviato i veri riferimenti e dei genitori che tirano poche sberle. Se non correggi il tiro fin dalla giovane età, come si può pretendere che crescendo, questi ragazzi, non vengano su storti? È una roba da non credere».

«Antonio, questi sono i tempi moderni. Troppi vizi? Troppi agi? Chi lo sa! Quel che è certo è che sono mutate diverse cose. Del resto, il cambiamento prende piede di generazione in generazione».

Intanto sorseggio il mio secondo caffè. E mi viene naturale catapultare il pensiero sull'argomento, concordando  con le parole di Gino e Antonio. In fin dei conti, di calcio e di sport, a casa, si è sempre parlato. Faccio tesoro di quanto udito, collego gli elementi, misuro quel che conosco fra due generazioni e provo a darmi delle risposte.

Quando mio padre giocava a calcio, nelle giovanili, il pallone era talmente pesante che doveva caricare tutta la forza per poterlo calciare. I campi erano polverosi, i tornei uno dietro l'altro, gli allenatori erano come insegnanti, genitori con il fischietto sul petto. Quelli veri, di genitori, guardavano gli allenamenti da una fessura del muro o dal cancello semiaperto. Dal campo, insomma, rimanevano lontani; a casa comandavano loro, ma al campo sportivo a dettare legge erano gli istruttori. Una norma inviolabile, per non fare confusione.

Quando io giocavo a calcio, nelle giovanili, ci si allenava al campo in ghiaia e l'atleta irrequieto si pigliava un colpetto sulla fronte e nessun genitore  ha mai gridato alla violenza. I palloni non erano ancora palloncini e nessuno di noi giungeva al campo cellulare alla mano, anzi: ci si recava allo stadio un'ora prima per poi dirigersi nel prato adiacente agli spogliatoi. Si giocava a calcio inglese o alla tedesca, insomma, quella roba lì, e gli alberi erano i pali e si smetteva quando giungeva il momento di allenarsi e magliette già sporche e sudate, muscoli caldi e occhi svegli, mica annichiliti da un display.

«E comunque siamo ancora in tempo per correggere il tiro» dico, rivolgendomi verso di loro.

«Ah si? E quale sarebbe la tua soluzione, ragazzo».

«I genitori dovrebbero comperare più palloni e meno videogiochi e portare i figli al campo sportivo per poi levare le tende di corsa».

Mi stringono la mano, asseriscono e borbottano qualcosa e poi vanno a pagare, la loro e la mia colazione, guadagnando dopodiché l'uscita. E io, sorpreso e basito, saluto il personale del bar ed esco a farmi due passi. La lezione è finita così come le vane spiegazioni e in cielo non c'è neanche una nuvola e due bambini giocano a calcio nei pressi della piazza con lo zampillo che quasi quasi mi unisco a loro. Beate le giornate soleggiate e beata la spensieratezza. Beata la gioventù, che cresce con lo sport.

Fonte: l'autore Riccardo Sanna

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