Dzeko, l’amore eterno del cigno e la rabbia sfogata coi gol

La squadra dipende ancora del numero 9, a Frosinone è stato lampante, ma il suo contratto scadrà l'anno prossimo...

di Luca F
Luca F
(47 articoli pubblicati)
Edin Dzeko

Eusebio Di Francesco, alla vigilia di Frosinone-Roma aveva tuonato: "Farò riposare qualche giocatore per permettergli di recuperare energie, non solo fisiche, ma soprattutto nervose". Lo stato mentale dei giocatori della Roma non è di immediata percezione per chi non frequenta il centro sportivo di Trigoria; ci si può fidare delle parole dell'allenatore e porsi le più ragionevoli domande, ad esempio: come mai già al 27' del primo tempo Edin Dzeko ha "restituito" palla al Frosinone lanciandola violentemente contro i cartelloni pubblicitari? La Roma era sotto 1-0 ed il fumo che usciva dalle orecchie del bosniaco sarebbe stato presto spazzato via dal forte vento dello Stirpe, non prima però d'aver litigato nuovamente con l'arbitro Manganiello, di aver discusso in modo acceso con Goldaniga, di aver subìto gli incessanti insulti provieniti dagli spalti, stuzzicando i tifosi avversari. 

"Il cigno di Sarajevo" -così è soprannominato l'attaccante-  lo scorso sabato non si è certamente distinto per eleganza la compostezza, ma ha accumulato rabbia, scaricandola a terra al momento opportuno, alla mezz'ora, quando anticipando lo stesso Goldaniga con un fendente basso ha trovato l'1-1 e riempito il petto di coraggio. Sono poi bastati 72 secondi alla sua Roma per completare la rimonta. Nel secondo tempo invece, la squadra è stata dominata sul piano fisico e del gioco dal Frosinone. Lentezza, poche idee e mancanza d'ingegno. Difficile spiegare come le buone prestazioni di Zampano, Salamon e Ciano, possano limitare una squadra che l'ambiente continua a spingere verso la riconferma, per il secondo anno consecutivo, tra le migliori otto d'europa. Ma nella melma giallorossa, il passo del Cigno è ancora più evidente.

Dzeko tiene a galla la squadra, e se è infuriato lo fa a testa ancora più alta. D'altronde tra tutti i nuovi acquisti del mercato estivo solo Zaniolo e Cristante (quest'ultimo con poca costanza) possono rappresentare un rafforzamento della rosa, per il resto l'indebolimento è stato netto, ed ha conferito maggiori responsabilità a chi era già chiamato a fare la differenza. L'importanza di Edin Dzeko, almeno in questa stagione, non si spiega attraverso i gol in campionato (pochi rispetto a quelli in Champions), ma con l'incidenza a livello emotivo che ha sulla squadra. Il carro è ancora tirato da lui e da De Rossi, trentenni che non ne hanno mai abbastanza, e in Europa l'apporto del "Il cigno di Sarajevo" è ancora più evidente. 

Quando Dzeko segna, la Roma sembra esultare dentro di lui; ancor di più se il gol decisivo (quello del 2-3) arriva all'ultimo minuto, nella seconda partita contro una neopromossa in una settimana, che rischiava di finire senza vittoria. La corsa verso il settore ospiti, le braccia aperte, e la bocca spalancata. La rabbia l'ha fatta uscire così. E pazienza se il gesto tecnico con il quale il pallone è stato spinto in rete (un colpo di coscia) non sia stato dei più aggraziati: nonostante il cigno sia considerato come il simbolo della bellezza e dell’eleganza, lo è anche dell’amore eterno. Si dice che questo animale abbia un solo partner per tutta la sua vita e che sia fedele fino alla morte. Edin Dzeko tra poco compirà 34 anni, ed il suo contratto con la società giallorossa è in scadenza a giugno del 2020. Nel destino, ancora tutto da scrivere di Monchi, Di Francesco e della Roma, il futuro del bosniaco è ancora un punto interrogativo, anzi, dei puntini di sospensione... La Roma non può fare a meno di Edin Dzeko perché un sostituto sul mercato non c'è (Belotti non è minimamente all'altezza), e nemmeno in rosa (Schick ci prova, ma non riesce). Il cigno di Sarajevo sarà fedele fino alla fine alla squadra della città eterna?  

Fonte: l'autore Luca F

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