Lazio ci risiamo, tutti i limiti di una squadra che non diventa grande

Ancora una volta, in una settimana importante, la squadra fallisce prima in campionato contro la Roma poi Europa League. Una storia che si ripete

di Marco Michelli
Marco Michelli
(51 articoli pubblicati)
la crisi della lazio

Cinque vittorie consecutive tra campionato e coppa. Il giusto viatico per arrivare ad una settimana che prevedeva il derby e la partita contro l’Eintracht, ossia l’avversario con cui giocarsi il primato e forse anche il passaggio del turno.

E in quattro giorni il tracollo della squadra di Inzaghi ha assunto proporzioni eclatanti: la doppia sconfitta, infatti, è una mazzata che, per l’ennesima volta, ferma la squadra proprio quanto è chiamata a fare un salto di qualità. Che purtroppo non arriva mai, perché – anche solo guardando all’andamento degli ultimi tre anni, i biancocelesti non sono mai riusciti a dare la svolta al loro cammino quando il gioco si è fatto veramente duro.

Manca in primo luogo la capacità mentale di sentirsi vincenti: negli anni, mai contro la Roma i biancocelesti si sono presentati arrembanti e superiori quando poi però è proprio dalle sconfitte nei derby che affiorano tossine malefiche: a Francoforte la squadra si butta via finendo persiono per giocare in nove con due esplulsioni frutto prima di tutto di nervosismo ingiustificato. 

L’ambiente dei tifosi un suo colpevole di tale difficoltà lo ha sempre trovato nel presidente, quel Lotito reo di saper fare plusvalenze milionarie ma di non tradurle mai in colpi di mercato capaci di proiettare la Lazio tra le grandi. Ma se anche così fosse, non si può additare solamente un colpevole, se non mettendo in discussione una gestione generale che non funziona mai fino in fondo. Le telefonate “rubate” di Lotito, la litigata tra presidente e allenatore sul mercato, un mercato basato sulle scoperte di Tare che pesca sempre ottimi giocatori sconosciuti ma mai campioni affermati, l'incapacità di non saper valorizzare un vivaio che solo cinque anni fa vinceva lo scudetto e poi la coppa, senza contare la fuga di Bielsa quando aveva già firmato il contratto, fanno intravvedere una mancanza di pianificazione che è fiore all'occhiello delle grandi società … 

Lo spogliatoio vive continue piccole o grandi fratture, partendo da quella maledetta fascia di capitano data a Biglia che tanto fece infuriare Candreva, passando per i mugugni di Felipe Anderson, alla gestione del commiato di De Vrij, arrivando fino al pessimo avvio di campionato di Luis Alberto e Milinkovic oggetti di mercato e dati per partenti per tutta l’estate. Insomma, apparte la Super coppa della scorsa stagione, la Lazio di Inzaghi ha sempre fallito tutte le partite di valore: mai una vittoria contro le avversarie più blasonate, disastri di coppa in serie tra i quali il devastante harakiri di Salisburgo che costò l’esclusione ai quarti. Senza menzionare la sconfitta con l’Inter all’ultima giornata che è costata il quarto posto e la Champions.

Se a tutto questo aggiungete il perenne atteggiamento di chi si sente battuto o sfavorito in partenza, specie se affronta i cugini, ecco che avete una disamina precisa dei motivi di una squadra mai capace di fare il salto di qualità per spiccare il volo e proiettarsi tra le grandi con continuità. Ed è un peccato, perché l’intelaiatura ci sarebbe tanto che lo scorso anno i biancocelesti sono stati il miglior attacco del capitano.

L’unica cosa positiva è che i forti, se davvero tali, una volta preso atto dei propri difetti, sanno sempre da dove partire per rialzarsi. E tornare a volare.

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Fonte: l'autore Marco Michelli

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