Altro che Superlega, riecco il sovranismo calcistico

I campionati tornano ad avere un senso: Barça e Real appaiati in vetta, in Italia la Lazio avvicina Inter e Juve. Il Leicester torna in altro, il Bayern insegue

di Nicola Coppola
Nicola Coppola
(10 articoli pubblicati)
Luis Alberto

C'era una volta la pazza idea della Superlega europea. E magari c'è ancora, nella testa di qualcuno. Ma le contromotivazioni giungono forti dal campo: i campionati nazionali non si toccano. Sarebbe un delitto, perché il pathos torna a regnare sovran... ista. Prima i campionati. Come venti o trent'anni fa, prima che ci si arrendesse al dominio delle solite note.
In Spagna, guardando la classifica, non è che sia cambiato molto, in verità. Il Siviglia insegue a tre lunghezze le due regine della Liga, che però hanno una partita in meno (l'una contro l'altra). I blaugrana sono la compagine più forte, quella più accreditata alla vittoria, forti di una rosa che, soprattutto da centrocampo in avanti, ha pochi rivali nel Vecchio Continente; mentre il Real Madrid si aggrappa ancora forte all'eterno sottovalutato Karim Benzema. Ciò che è cambiato è la consapevolezza che le realtà di provincia non siano più rappresentate da squadre-cuscinetto. E quindi Valverde, già qualificato alla fase ad eliminazione diretta di Champions League, lascia a casa Piqué, Messi e Sergi Roberto, e medita una profonda rotazione contro l'Inter, in attesa della trasferta di San Sebastian contro la Real Sociedad e del Clasico di metà settimana. Non due passeggiate.

In Italia gli elementi di novità capaci di alzare la tensione sportiva e suscitare un ritrovato interesse negli appassionati sono diversi. Antonio Conte sta facendo la differenza, l'Inter è tornata grande. Si dirà: "è vero, però Lautaro...","Giusto, però Lukaku...", "Corretto, ma i tre dietro...".  No. Se un calciatore alza il livello di una squadra sempre, allora è merito suo, principalmente (il solito esempio del 10 del Barcellona). Se il livello lo alzano in sei, sette o otto, allora no. In quel caso, o hai una squadra di fenomeni o il fenomeno ce l'hai in panchina... scegliete voi. La Lazio fa paura, e probabilmente a breve avrà smaltito anche gli ultimi impegni infrasettimanali, almeno a livello internazionale. Quando Lotito in estate promise che i biancocelesti avrebbero lottato per il titolo strappò più di una risata, ora ride lui. Qui il fuoriclasse c'è ed è in mezzo al campo: Luis Alberto ha infilato il decimo e l'undicesimo assist contro la Juventus e, oltre ogni numero, gioca che è una bellezza per gli occhi. Lo spagnolo, praticamente sempre assente in Europa League (e si è visto...), è in questo momento il centrocampista più determinante della serie A: verticalizza in campo aperto, palleggia contro le difese schierate, dribbla, calcia, disegna traiettorie impossibili. L'uomo-copertina del potere biancoceleste è lui.

In Premier il Liverpool potrebbe quasi mandare in vacanza i calciatori, fra qualche mese. Potrebbe, se non fosse che Jamie Vardy ha deciso di fare il fenomeno quest'anno: chiariamoci, da solo è ancora troppo poco per competere con i campioni d'Europa in carica. per di più ossessionati dalla vittoria di un trofeo che manca da tempo immemore. Però che ci sia una mezza competizione ancora in vita è un merito delle Foxes: che nessuno glielo neghi. In Germania il Bayern si inceppa. L'impressione - assai fondata - è che i bavaresi soffrano di Robert-dipendenza: se Lewandowski non gira a mille, la squadra sembra condannata alla sconfitta. D'altra parte i fasti del club che annichilì le spagnole in Europa sembrano assai lontani, e così in Bundesliga perfino il Friburgo ha messo la freccia su Neuer e compagni, conquistando il sesto posto. Davanti a tutti Borussia M'Gladbach  e Lipsia.

Il tutto. mentre in Francia il Psg senza avversari (unica eccezione) cerca di generare il dovuto pathos da solo: Paredes si fa autorete di mano, i tre mostri davanti (Neymar, Mbappé e Icardi) ribaltano la gara contro il Montpellier padrone del campo per 75' in un quarto d'ora. E attenzione a loro per l'Europa: le orecchie che indica Maurito dopo ogni marcatura potrebbero non essere le uniche viste a Parigi in questa stagione. Anche perché i parigini della Nazione si sono un po' stancati. Almeno nel calcio.

Fonte: l'autore Nicola Coppola

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