Renato Cesarini e la “sua zona” (parte prima)

Diceva: «Tu, ragasso, la pelota te la devi portare anche nel letto!»

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
cesarini

Il più matto, il più estroso giocatore che abbia vestito la maglia della Juventus, era venuto dall’Argentina ma era nativo di Senigallia nelle Marche. Soltanto dopo la sua nascita, i genitori avevano deciso di trasferirsi in Sud America. Ritornò in Italia nel 1929, da giocatore affermato, giusto in tempo per partecipare, da protagonista, al Quinquennio d’oro bianconero. Renato Cesarini era la disperazione del severissimo (finto) barone Mazzonis, che vigilava sulla buona condotta dei giocatori come un gendarme. Era diligentemente aiutato dall’allenatore Carcano, ancora più interessato di lui. Perché il Cè adorava i locali notturni, l’eleganza, le carte da gioco, le donne di classe, lo champagne. Era assolutamente disinvolto con lo smoking come in tenuta di gioco. Pagava sovente per tutti, elargendo denaro in allegria e pagando senza scomporsi tutte le multe che Mazzonis e Carcano gli facevano piovere addosso. Era talmente simpatico che in più di un’occasione qualche dirigente finiva per pagare per lui.

Ma qualche volta riusciva a scendere a patti: «Se gioco da campione e segno almeno un goal nella prossima partita (e in genere sceglieva una gara difficile), la multa viene cancellata!». E quasi sempre Cesarini riusciva ad ottenere l’eliminazione della punizione. Perché sul campo, Cesarini sapeva essere protagonista. Non aveva paura di nessun avversario, perché era dotato di un fisico eccezionale: lo dimostrava anche in allenamento, dopo aver magari trascorso un paio di notti in bagordi. Ed era in possesso di una tecnica e di un’intelligenza raramente riscontrabili. Aveva intuizioni tattiche tanto improvvise quanto felici; era un campione completo.

Racconta Piera Callegari nel suo libro “La Juventus”: «Cesarini escogitava a getto continuo iniziative che parevano fatte apposta per togliere il sonno a Mazzonis. Giunse persino ad aprire un locale da ballo molto lussuoso in Piazza Castello, sopra il famoso Bar Combi, che apparteneva alla famiglia del portiere bianconero. Due orchestre vi si alternavano per buona parte della notte, offrendo al pubblico infinite serie di tanghi, la danza che a quei tempi furoreggiava. Facendosi interprete di tanto fervore per il ballo argentino, Cesarini vestiva gli orchestrali da “gauchos”. Naturalmente, dato che spesso viveva la notte sino in fondo, poteva succedere che il Cè la mattina fosse in ritardo agli allenamenti e lo vedessero arrivare quando già i compagni sgambavano in campo. Accadeva di scorgerlo che si buttava giù dal taxi con il cappotto di cammello a coprire il pigiama. Era generosissimo. Dava 5 lire di elemosina, quando la gente elargiva 20 o 50 centesimi, e nessuno che gli chiedeva denaro a prestito se ne andava a mani vuote. Poiché era felice di vivere, gli piaceva avere intorno gente felice, che è segno della generosità più genuina. Un temperamento del genere, tanto estroverso, lo spingeva spesso a creare imbarazzi a se stesso e ai compagni di squadra e nelle occasioni più disparate. Una volta, capitati in visita a una piscina, dichiarò che si sarebbe buttato dal trampolino più alto, con vestito e cappotto, pur non sapendo nuotare. Non gli badarono, perché questo pareva troppo anche per uno come lui, che invece si buttò per davvero e dovettero intervenire in tre per tirarlo ai bordi della vasca mentre stava affogando!».

Cesarini, al termine del famoso Quinquennio, se ne andò in Argentina. Ma undici anni dopo, nostalgico e innamorato della Juve, tornò nelle vesti di allenatore. E dopo un periodo di assenza, riprese il timone della squadra bianconera all’inizio del campionato 1959-60. E i risultati non mancarono: undicesimo scudetto e Coppa Italia. Negli anni ‘30 si sedeva spesso in un caffè di Piazza San Carlo insieme con Orsi, altro artista ineguagliabile della colonia argentina, e scommettevano grosse somme sul colore del cavallo che sarebbe passato per primo davanti a loro. Bianco o nero? Una volta bisticciarono perché il puledro era pezzato e non furono capaci di mettersi d’accordo.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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