La storia di due pantaloni, di una giacca e di Bruno Mora

Il destino può avere mille facce, da quella accattivante della vittoria, agli occhi bassi della sconfitta

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
mora

Nato a Parma nel 1937, Bruno Mora è stato una grandissima ala destra, come racconta Vladimiro Caminiti: «Ala di un tempo quasi antico, magro spiritato e con gambette nerborute, aveva ogni qualità, scatto da fermo, furbizia a tonnellate, una qual certa potenza di tiro». Esordisce in Serie A nella Sampdoria, prima di passare alla Juventus nel 1960, giusto in tempo per vincere lo scudetto. Dopo solo due anni si trasferisce al Milan, in cambio di Salvadore e Noletti.

La coppia centrale di quel Milan era formata da Salvadore e da Maldini e i due si somigliavano parecchio, come stile e modo di giocare; l’allenatore rossonero era Gipo Viani, che preferiva schierare Maldini come libero. Salvadore si ritrovò così a fare il marcatore e, con le sue qualità fisiche e i suoi fondamentali, si sentiva sprecato in quel ruolo e non tardò a farlo notare a Viani. Questo dualismo fu risolto cedendo Salvadore alla Juventus, in cambio appunto di Mora. Viani, per giustificare la cessione disse: «Avevamo due paia di pantaloni, Salvadore e Maldini, ne abbiamo dato via uno in cambio di una giacca, Mora. Adesso disponiamo di un vestito completo».

Letto l’articolo, Salvadore gli rispose: «Il ragionamento funzionerebbe, se non fosse che si è tenuto i pantaloni vecchi. Poteva tenersi quelli nuovi da abbinare alla giacca nuova, così avrebbe avuto un vestito veramente bello».

Col Milan, Mora sarà ancora azzurro e Campione d’Europa a Wembley ma sarà anche tanto sfortunato. Il gravissimo incidente al ginocchio, alla vigilia del Mondiale inglese del 1966, lo taglia fuori dal grande giro nel pieno della forma e rende difficoltoso il pieno recupero sia sul piano fisico sia su quello psicologico. Senza quel duro colpo i suoi goal sarebbero stati molto di più e non lo relegherebbero, forse, a campione dei soli anni Sessanta.

Ricorda Angelo Caroli, suo compagno di squadra: «Era un gaudente che faceva bene il professionista, senza rinunce specifiche e giungendo al vertice della carriera attraverso la Sampdoria, la Juventus e il Milan, vincendo coppe e scudetti e arrivando alla Nazionale. Aveva la faccia sfrontata degli scugnizzi a cui si deve perdonare tutto, un muso simpatico che lo poneva al centro delle attenzioni femminili. Esprimeva quel modo inconfondibile di essere estroverso, tipico degli emiliani con un sorriso appena accennato, da regalare a tutti.

Era la disperazione di Umberto Agnelli, il quale capiva le esigenze esistenziali di un giovane calciatore, ma pretendeva che allo svago si ponesse un limite. Bruno girava per la città illuminata dai lampioni alla guida di una spider rossa in cerca di avventure. Attribuiva quell’irrequietezza all’insonnia. Il dottor Umberto fingeva di credergli e sorrideva.

Pare che in un periodo in cui la squadra non girava al massimo gli avesse messo alle costole una persona di fiducia, un controllore speciale. Bruno fu sorpreso, una notte, mentre usciva da un portone che non era quello di casa sua. Si giustificò chinando il capo e facendo saettare nel buio i suoi occhi volpini: «Ho ritrovato una vecchia parente», disse. La donna non era vecchia e nemmeno una parente. Fu multato. Ma Bruno si faceva perdonare poiché in campo era un generoso.

In luglio venne con me a Viareggio, fu una vacanza divertente, dividemmo una camera molto grande, a Villa Ridosso. La sera uscivamo sempre con ragazze diverse. Rientravamo in albergo a notte fonda. Io ero stravolto dalla stanchezza, sentivo solo il bisogno di dormire. Lui cambiava camicia e si rituffava, allegro, nella notte, all’inseguimento costante di chimere. Aveva una spinta emotiva straordinaria, che distribuiva alla squadra con generosa partecipazione.

Il 10 novembre del 1986 mi arrivò la notizia della sua morte. Un male incurabile lo aveva strappato alla vita. Fui attanagliato da un’angoscia improvvisa. L’ho pianto a lungo, come lo hanno pianto gli amici che avevano diviso con lui stagioni indimenticabili».

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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