Josè Altafini: l’unico vero “core ‘ngrato”

A due minuti, con un suo goal, infrange i sogni scudetti del Napoli

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
altafini

Si è appena conclusa una stagione molto amara per i tifosi juventini: lo scudetto è stato perduto dopo un campionato abbastanza deludente, dominato dalla Lazio di Maestrelli e Chinaglia. Non è andata meglio alla Nazionale durante i Mondiali tedeschi: eliminata al primo turno fra mille polemiche, è obbligata a una rivoluzione che parte dalla panchina, sulla quale siederanno Fulvio Bernardini e un giovane tecnico friulano, Enzo Bearzot.

Anche la Juventus deve, inevitabilmente, cambiare: il ritocco più evidente è quello che riguarda il timoniere. Il buon Vycpálek è messo in disparte e la panchina tocca a Carletto Parola, uno dei tanti uomini Juventus, incapaci di dire di no al richiamo dell’antica passione. Parola sa che deve vincere. Tutto nella norma, senza schiamazzi, proprio come la campagna acquisti, che fa aggiungere alla rosa solamente due novità. Oscar Damiani, ala destra tutto scatti e finte, in arrivo da Vicenza e Gaetano Scirea, un libero giovane, prelevato dall’Atalanta, da sempre feudo fedele e generoso del casato bianconero.

Sembra che nessuno possa tenere il passo della compagine torinese ma, a essere sinceri, almeno una squadra, come prammatica vuole, contrasta fino all’ultimo i bianconeri. È, per certi versi, una sorpresa: la guida un tecnico coraggioso, che quando giocava chiamavano O’ Lione. È venuto, tanti anni fa, dal Brasile e in Italia è diventato famoso, si è fatto prendere il cuore e, da parte sua, ha preso un bel tesserino da allenatore.

Ha idee rivoluzionarie, Luis Vinicio; fa giocare il suo Napoli con un modulo assai vicino alla zona, anticipando, di almeno dieci anni la diffusione nel nostro paese di questo credo tattico.

Domenica 15 dicembre 1974: quando i bianconeri lasciano da trionfatori lo stadio napoletano San Paolo, forti di un “cappotto” per 6-2, nessuno avrebbe potuto prevedere che proprio da quella sonora sconfitta, i giocatori del presidente Ferlaino, sarebbero risorte fino a proporsi come unica alternativa allo scudetto. Perché, da quel momento in poi, la rincorsa alla Juventus è lanciata.

A sei giornate dalla fine una rocambolesca sconfitta nel derby e il contemporaneo successo del Napoli sul Milan, porta i partenopei a due punti dai bianconeri. La domenica successiva c’è Juventus-Napoli: un’occasione grossa d’aggancio per la palpitante folla napoletana. E, infatti, al Comunale, si dà convegno mezza Napoli.

Racconta Vladimiro Caminiti: «Lo stadio è un immenso picnic di allegria. Goal di Causio al 19’; 1-0 per la Juventus, ma nella ripresa il Napoli si supera e Totonno Juliano pareggia al 14’. E qui sembra che la Juventus sia fritta, i napoletani insorgono con furiosa felicità dagli spalti, invano Furino si moltiplica, Capello non è in grandissima giornata. A un quarto d’ora dalla fine esce Damiani ed entra lui. L’arbitro Michelotti di Parma, amico del genio di Busseto e della patria romantica Giuseppe Verdi, prende nota sul taccuino del sopraggiunto. I giochi riprendono, i minuti scorrono, la partita sembra finita. Mancano quasi due minuti. È fatta, è proprio fatta! Ma no. Il lentigginoso figliolone di Piracicaba, ricco di barzellette e d’ironia, che a Napoli se l’era alquanto spassata, vivendo pure da barbone, proprio lui figlio traditore, fa vincere la Juventus. Una mischia, il pallone perso da Carmignani è sul piede di questo ingrato di brasiliano. Gente senza cuore. Gente senza patria. Macché. La pedata parte e non fallisce. Altafini ha semplicemente fatto il proprio dovere. Oggi appartiene alla Juventus. José esce fischiatissimo. Se lo vorrebbero mangiare vivo. Boniperti sorride. Juventus punti 36, Napoli punti 32. Il pericolo napoletano è sfumato».

“Core ‘ngrato” capeggia sui muri di Napoli. Altafini, per loro, è stato un idolo, un campione da amare, quando con Sivori li aveva esaltati. Alla Juventus era finito come sovrappiù nell’operazione che aveva condotto Dino Zoff a Torino e adesso li ricacciava nel regno della speranza. Condannati a non raccogliere altro che disillusione.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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