Lautaro Martinez, il coraggio di un toro del nuovo colpo interista

Breve compendio sulle difficoltà di una seconda punta nell'era Icardi

di Giacomo Carlesso
Giacomo Carlesso
(11 articoli pubblicati)

Lautaro Martinez è ufficialmente il nuovo 10 dell'Internazionale. Sfida non scontata quella scelta da El Toro di Bahia Blanca, proveniente dal Racing Club de Avellaneda. Giocare nella Beneamata oggi, significa adattarsi a Mauro Icardi, a patto che quest'ultimo rimanga a Milano. Nei 5 anni in nerazzurro di Maurito, l'unico compagno di reparto in grado realmente di conciliarsi a lui in un attacco a 2 si è dimostrato il vecchio Palacio. Giocatore di una sagacia tattica fuori dal comune, capace di giocare in funzione delle qualità di Icardi, sacrificando la gloria personale al fine di creare spazi all'allora futuro capitano interista. Correva l'annata 2014/2015 quando il numero 9 si consacrò con il titolo di capocannoniere (gonfiando per 22 volte la rete), a pari merito con Luca Toni, mentre l'Inter si classificava all'ottavo posto, senza trovare spazio nei prati verdi d'Europa.

In seguito a quella stagione passarono alla gogna, nell'ordine: Osvaldo, che nonostante un inizio promettente, lasciò l'Inter nella finestra di gennaio proprio per un dissidio avuto con Maurito (e successivamente con Mancini); Jovetic, il quale evolutosi fisicamente durante gli anni al City, perse di mobilità inaridendo, di conseguenza, le sue iniziative di gioco; Gabigol (un giocatore diametralmente opposto a Palacio), proveniente da un calcio, quello brasiliano, troppo lontano dal tipo di gioco richiestogli nella compagine nerazzurra; ed infine Eder, che malgrado la duttilità e il senso della posizione che lo contraddistinguono, è sempre stato considerato un'alternativa e mai un partner del centravanti interista, con cui aveva già giocato alla Sampdoria (in un contesto tecnico e tattico completamente diverso).  

Icardi è uno squalo che gioca in virtù del gol, dominando gli ultimi 16 metri di campo. Tale dominio si estende sugli avversari e sulle seconde punte amiche, soffocate tra le sue fameliche fauci che non concedono aria protagonismi altrui. In serie A, quasi nessuno riesce a marcarlo. Non a caso (nonostante 29 gol stagionali), le realizzazioni mancate (vedi i match del girone di ritorno contro Milan e Sassuolo) derivano più da propri demeriti, che da meriti altrui.

Lautaro Martinez, parimenti a Maurito, cerca la porta, ne sente l'odore quando le dà le spalle, la contempla sfilare davanti ai suoi occhi e cerca di afferrarla tramite rituali amorosi fatti di dribbling ed improvvisi cabezazos. Ha un'impostazione di gioco sicuramente più generosa rispetto ad Icardi, soprattutto in fatto di movimenti ad allargare il campo, tuttavia non rinuncia ad impennarsi in alcuni solipsismi frutto dell'innato egoismo che accomuna gli attaccanti di razza.

El Toro dovrà ora, nonostante la sfrontatezza dei suoi vent'anni (21 il 22 di agosto), fare leva sulla sua predisposizione al sacrificio per adattarsi al calcio italiano e per completare il suo repertorio, coniugandosi al meglio con Icardi. Per fare ciò potrà iniziare con l'osservare le epiche gesta di alcuni connazionali suoi recenti predecessori, veri maestri di completezza, come Batistuta, giunto in Italia con la metà delle capacità tecniche di Lautaro e come il suo mentore, Diego Milito, che da signor nessuno riportò l'Inter sul tetto d'Europa dopo quasi mezzo secolo.    

La fonte dell'articolo è l'autore Giacomo Carlesso

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