Il razzismo è una cosa seria, le generalizzazioni no

Il calcio è uno sport che porta unione e rispetto, che non esclude la critica, che non merita strumentalizzazioni

di Fanny Boninu
Fanny Boninu
(16 articoli pubblicati)
Cagliari v Juventus - Serie A

Parlare di razzismo è triste, perché si tratta di una piaga antica ed estremamente attuale. Le discriminazioni razziali, come quelle di genere e quelle legate alla sessualità, sono inaccettabili in un’era in cui l’uomo fa girare i suoi satelliti per l’universo, per poi trovarsi ancora intrappolato in inutili limiti. E il limite più grande rispetto a simili concezioni distorte della diversità è non saperla accettare in un piano di equità, pensare che nasconderla dietro un altrettanto discriminatorio perbenismo possa essere una soluzione. Da donna voglio essere giudicata  senza attenuanti, in una condizione di parità. E anche omosessuali, stranieri, chi ha una pelle diversa forse vuole solo questo: rispetto ed equità.

Tutta questa premessa teorica serve a fare un salto agli eventi ingigantiti e distorti dai media di martedì 2 marzo. A Cagliari, in un’isola bellissima che vive sulla propria pelle gli effetti della discriminazione più di quanto non li provochi, è calata l’accusa, da molti generalizzata, del razzismo. E tutto da quando un giocatore della squadra avversaria, stella nascente del calcio italiano che si candida ad affermarsi nella nostra nazionale tra i tanti astri promettenti, ha esultato faraonico di fronte alla curva di casa con aria di sfida.

Moise Kean ha l’attenuante della giovane età (non sempre riconosciuta ad altri suoi coetanei), anche se la gioia e il vantaggio economico del talento e del successo si porta dietro anche un’innegabile dose di responsabilità. Penso che il suo allenatore, Massimiliano Allegri, che in più occasioni ha ribadito la necessità di fargli tenere i piedi per terra e insegnargli i valori del bellissimo sport che pratica, sia il più grande regalo che potesse capitargli, e quello che forse ci permetterà con gli anni di ammirare un ragazzo maturo e consapevole. Al di là del colore della pelle.

Per tornare al punto di partenza, i fischi di quella maledetta notte, nati da una curva irritata e arresa, sono frutto del suo gesto inappropriato, lontano dall'etica del calcio e di qualsiasi sport. Non voglio spendere più di due parole per gli ululati razzisti, che venivano realmente da una realmente piccolissima minoranza e non sono espressione di questa tifoseria, che vanno puniti singolarmente, seriamente, senza tanto rumore, perché il chiasso dà importanza a ciò che deve essere marginale. D'altronde è stato questo l’atteggiamento di una società come quella del Cagliari che non si è permessa di generalizzare la brutta immagine di pochi pseudo-tifosi della Fiorentina che auguravano al povero Daniele Atzori di morire sugli spalti.

Detto questo non è giusto condannare una contestazione lontana da questi sporadici coretti, perché non approvare un comportamento, per di più poco condivisibile, è democratico, dal momento che i fischi partono per lo più da quell'esultanza e sino alla fine della gara colpiscono in generale tutti i giocatori della Juventus. Razzismo non significa contestare e manifestare disappunto per qualcuno che è diverso, ma farlo per qualcuno in quanto diverso. Perché chi vuole convincerci del contrario vede, come chi è razzista, una diversità incolmabile ma mascherata di ipocrisia. Perché è offensivo chiamare paladini dell’equità quelli che danno ragione a chi è diverso solo perché hanno paura delle etichette, è ridicolo chi chiede su Instagram di rispettare Kean per presunti atti razzisti definendo con belati i sardi pecore (cosa che , nonostante non se ne parli, è lamentata da vari tifosi che seguono il Cagliari in trasferta).

Si chiede rispetto per un popolo che oggi ha attaccato Kean perché quell'atteggiamento è stato suo e che altrettanto avrebbe fatto contro un Bonucci o un Bernardeschi. Lo chiedo perché il razzismo è una cosa seria e non lo si combatte giudicando il peso di una critica dal colore della pelle di chi la riceve, ma impedendo che quel colore, espressione ricca e straordinaria della nostra diversità, assuma solo nuovi modi di essere un fattore discriminante.

Fonte: l'autore Fanny Boninu

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