Il gol di Dzeko è una Madeleine

Il gol dell'attaccante bosniaco, mi ha riportato indietro ai miei dodici anni, ed a un caldo, lontanissimo, pomeriggio di luglio 1988

di Giuseppe Di girolamo
Giuseppe Di girolamo
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Torino-Roma, anticipo della domenica. Seguo distrattamente l'incontro, e al contempo sto trafficando col cellulare, e col tablet. Mancano pochi minuti alla fine di questo strano zero a zero, ricco di occasioni, da una parte e dell'altra: pali, traverse, gol annullati. Uno zero a zero frutto del caso, non della paura. 

La voce del telecronista, aumenta un po' di volume, mancano pochi minuti alla fine, si sa, ogni occasione potrebbe essere quella che decide la partita, e il telecronista deve creare il giusto pathos. Alzo gli occhi dalle mia dabbenaggine social, e il pallone è a mezz'aria, crossato da Kluivert, dice la voce alla tv, ma io non l'ho visto. È una pennellata, una traiettoria liscia, precisa, sembra unire i puntini come sulla Settimana Enigmistica. Vedo invece apparire Dzeko, sì, è lui, quel lungagnone in piena area, impossibile non riconoscerlo. Anzi no, stavolta non è piena area, è un po' defilato sulla sinistra, e se conosci il calcio, conosci Dzeko, e se conosci Dzeko, sai che sta per tirare al volo.

Ma no, è troppo defilato, e forse anche leggermente avanzato rispetto al pallone. No no, lui tira, è sicuro, tira. Bum. Gol.

Quel tiro è una Madeleine, scagliata nella porta del Toro, e il gol è il morso. Così come Proust descrive nel suo romanzo "Alla ricerca del tempo perduto", un morso al celebre biscotto, dato in età adulta, lo riporta ai ricordi della sua infanzia. 

Soprattutto, quel tiro, è la mia Madeleine. Dove l'ho già visto? Aspetta, forse trenta anni fa. Si trenta, estate 1988. 

Finale degli Europei di calcio. Unione Sovietica contro Olanda. Avevo dodici anni. Il risultato è uno a zero per gli Orange, Gullit ha portato in vantaggio i suoi con un colpo di testa, talmente violento che pare scagliato di collo piede. E' il secondo tempo, quando dalla destra parte un cross, alto, che attraversa tutta l'area. E' una pennellata. Vi ricorda qualcosa di visto ieri?

Van basten sta arrivando di corsa, molto defilato, ma basta guardarlo negli occhi, per capire che tirerà. Non aspetta altro, solo che la palla scenda quel tanto da poterla calciare. Vi ricorda qualcosa? Eccola, scende, scende. Bum. Impatta la palla di collo interno, in televisione non si può sentire, ma scommetto che ha fatto lo stesso suono, quando Dzeko ha scaraventato in porta la sua. Dai, che vi ricorda qualcosa, ma si, l'avete visto ieri.

La palla parte come un proiettile, ma precisa come lo sarebbe solo una traiettoria disegnata dal vento, sembra radiocomandata. Scavalca il portiere, pare destinata a finire sopra la traversa, ma si abbassa la piccola, si, si abbassa, ed entra in porta nell'angolo opposto a quella dove è stata scagliata.

Non ditemi che non vi ricorda di qualcosa visto ieri?

Non mi era mai successo, in tanti anni di appassionata fedeltà al gioco del calcio, che un gol mi riportasse indietro nel tempo, fino alla mia infanzia. A trenta anni prima di oggi, anche qualcosa di più. Le coincidenze non esistono, dicono, e io finirò per crederci. Dzeko è soprannominato "il Cigno di Sarajevo", Van Basten era "il Cigno di Utrecht". Certo, quando hanno affibbiato quell' importante soprannome al bosniaco, si strizzava l'occhio all'olandese, ma vai a pronosticare che avrebbero entrambi segnato un gol tanto simile, quanto incredibile.

Come si fa a non essere romantici, col calcio? Quante cose vi hanno riportato alla vostra giovinezza, ai vostri dodici, quattordici, diciassette anni? Tra le bollette, l'asilo dei bambini, il lavoro...quante Madeleine avete avuto occasione di mordere? Non molte, lo so. Forse nessuna. Per questo diventa dura spiegare, a chi non capisce il nostro amore per questo gioco, che sotto sotto, non è solo campanile, non è solo irrazionalità, o il bisogno di sfogare qualche primordiale istinto. No, non è solo questo, ma anche un modo per conservare pezzi, istanti, attimi fuggenti della nostra vita, che stipiamo  in remoti angoli della nostra memoria, in attesa che un biscotto li possa riportare in superficie.

La fonte dell'articolo è l'autore Giuseppe Di girolamo

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