In ricordo di Andrea Fortunato

Non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa anche una semplice passeggiata»

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
fortunato

Sono passati tanti anni, ma fa ancora tanto male ricordare la storia di Andrea Fortunato.

Nasce a Salerno il 26 luglio 1971 e intraprende presto la strada dello sport, sull’esempio del fratello maggiore Candido, cimentandosi con il nuoto e la pallanuoto. Il calcio, per adesso, è solo un divertimento dei mesi estivi. 

Nell’estate del 1993 firma il contratto che lo lega alla Juventus; è una corsa verso la gloria apparentemente inarrestabile e invece Andrea rallenta, nella primavera del 1994. Si pensa che sia appagato, ha raggiunto la fama e il successo in poco tempo; è arrivato alla Juventus, il massimo per ogni giocatore, ed ha perso il senso della modestia, pensa di essere già arrivato. Durante le ultime faticosissime partite, Andrea è accolto da fischi, da cori di scherno. Un giorno, alla fine di un allenamento, un tifoso juventino arriva a mollargli un ceffone, tanto per ricordargli la sua condizione di privilegiato e per fargli ritrovare la strada smarrita del sacrificio.

È l’inizio del calvario. Si trova presto una spiegazione a quel vuoto dentro, purtroppo, così come per quella febbre persistente che s’insinua nel suo organismo, provocandogli un continuo senso di spossatezza. Il 20 maggio del 1994 viene ricoverato in isolamento, presso la Divisione Universitaria di Ematologia delle Molinette di Torino. Dopo successivi esami medici, il risultato è agghiacciante: leucemia acuta linfoide!

Viene trasferito a Perugia e, grazie alla donazione della sorella Paola, subisce un primo trapianto di midollo osseo. L’esito è negativo, necessita di un nuovo trapianto. Si offre il padre Giuseppe e l’operazione da buoni risultati. Il fisico di Andrea, infatti, reagisce e accenna a un recupero che fa sperare per il meglio: esce dall’ospedale, si ricongiunge ai compagni di squadra e li segue durante la trasferta a Genova, in occasione di Sampdoria-Juventus del 26 febbraio del 1995.

«Undici mesi di malattia è una cosa lunga, infinita. Il giorno prima stavi fra i sani, il giorno dopo passi fra i quasi incurabili. Non si può descrivere che cosa si prova.

Ti senti perduto e, nello stesso tempo, vuoi sapere ogni cosa della tua malattia, t’interroghi sui sintomi, sulle cause, sulle possibili conseguenze. Sai che non ti diranno tutto, provi a indovinare le bugie, ma poi fingi di crederci, ti convinci che è meglio, altrimenti impazzisci. Quando un medico ti spiega quali sono i sintomi della leucemia ti senti sprofondare; e più parla, più tu capisci che tutto corrisponde, che è davvero il tuo caso. In quel momento il male ti prende in ostaggio; ma tu devi impedirgli di ammazzarti.

Cambia tutto, ti costruisci una scala di valori nuova; dai importanza alle cose che valgono davvero e non te la prendi più per le sciocchezze. E capisci che l’amicizia è la prima cosa; io, per esempio, ho un fratello in più, Fabrizio Ravanelli. È stato incredibile, mi ha messo a disposizione una parte della sua vita, non solo la sua famiglia e la sua casa di Perugia; non si può descrivere con le parole.

Ricordo l’uscita dall’ospedale a Perugia, dopo il secondo trapianto; non mi sembrava vero, vedevo diverse tutte le cose, mi parevano straordinarie anche le più insignificanti. Non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa anche una semplice passeggiata.

La leucemia mi ha insegnato a non fare progetti a lunga scadenza e neppure a media; non per paura, ma per realismo. La prima volta che programmai il ritorno a Torino, mi alzai la mattina con la febbre; nulla di grave, per fortuna, ma ci rimasi male. Vivere alla giornata non è una sconfitta, semmai un modo per apprezzare davvero la vita in ogni attimo, in ogni sfumatura. È quello che farò».

Quando si comincia a pensare che stia vincendo la sua battaglia, arriva una maledetta influenza a spezzare il filo della speranza. Il 25 aprile del 1995, alle 8 di sera, Andrea muore. Poche settimane dopo la Juventus festeggia il suo 23° scudetto; 23 come gli anni che aveva Andrea.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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