In ricordo del Maestro, allenatore leggendario

Dedicato a Tommaso Maestrelli, da grande uomo a mito

di Angelo Ragnoni
Angelo Ragnoni
(2 articoli pubblicati)
Maestrelli con Chinaglia

"Daje aquilotti nun se po' sbaja, su c'è er Maestro che ce sta a guardà"...

Basterebbe già solo questa strofa, l'ultima dell'inno laziale "So già du ore" (scritta dal compianto Aldo Donati) per capire il legame affettivo che esiste fra il popolo biancoceleste e Tommaso Maestrelli, l'allenatore che ha portato alla Lazio il primo, storico, scudetto. 

Maestrelli, il "Maestro", appunto, non ha conseguito successi solo a Roma, basti pensare alle promozioni ottenute con la Reggina e con il Foggia, ma indubbiamente la sua impresa maggiore è stata la conquista del tricolore con la compagine capitolina nel 1974.

Tuttavia, pur rimanendo indiscusse le sue capacità tecniche e tattiche, quello che faceva di Maestrelli una persona così straordinaria era il suo lato più strettamente umano. Estremamente educato e gentile, di grande cultura e sensibilità, era contemporaneamente uomo di sport nel senso più nobile del termine, padre attento e marito premuroso. Non si ricorda, di Tommaso, una polemica, né un parola o una frase scortese e questo rispetto era riservato a chiunque, compresi ovviamente avversari ed arbitri.

Peraltro, a far da contraltare a tanta nobiltà d'animo, c'era un carattere molto forte colmo di ferrea determinazione. E' risaputo, ad esempio, come, prima di un derby, Maestrelli litigò furiosamente con il Presidente Umberto Lenzini, reo di aver allontanato dagli spogliatoi i figli gemelli di Tommaso, Maurizio e Massimo, perché stavano facendo un po' troppa confusione. L'allenatore si preoccupò prima, giustamente, di ritrovare i propri pargoli e poi si mise finalmente seduto in panchina. Altro esempio classico della determinazione caratteriale di Tommaso si ebbe quando durante l'intervallo di un Lazio-Verona, con il punteggio fermo sul 2 a 1 per gli scaligeri, l'allenatore ordinò ai proprio giocatori di non rientrare negli spogliatoi bensì di attendere gli avversari direttamente in campo, ognuno nelle sue posizioni di gioco. La Lazio vinse poi quella partita per 4 a 2... 

A parte l'episodio specifico, comunque, solo una persona con un carattere estremamente forte e deciso avrebbe potuto portare al successo una squadra dalle connotazioni così singolari, con un gruppo diviso, o meglio spaccato, in due, con da una parte "quelli del nord" Martini, Re Cecconi, Pulici, e dall'altra il "clan" guidato da Chinaglia e Wilson nonché a far diventare dei campioni, interpreti di un calcio totale all'avanguardia per quei tempi, calciatori la cui carriera, sino ad allora, era per lo più rimasta nell'anonimato. 

L'abilità diplomatica di Tommaso Maestrelli invece portava quei ragazzi piuttosto turbolenti a sfogarsi durante gli allenamenti settimanali, trasformati in partitelle in cui non di rado volavano parole grosse, spintoni e calcioni, per poi arrivare alla domenica con una unità di intenti che molto di sovente schiantava l'avversario di turno. Come è stato sottolineato da diversi protagonisti di quella squadra, infatti, le partite più importanti erano quelle infrasettimanali, era  fondamentale non perdere quelle rispetto ai match domenicali...

Le qualità sia tecniche che umane di Maestrelli hanno trovato e trovano tuttora unanime riconoscimento.  Da un punto di vista strettamente tecnico l'interesse della Juventus e della Federazione Italiana Gioco Calcio che aveva come obiettivo quello di farlo diventare CT azzurro. Dal punto di vista umano il ricordo indelebile che ha lasciato nelle squadre in cui ha giocato e nelle città in cui ha vissuto nonchè il rispetto e la stima incondizionata di tutti gli avversari che ha incontrato e dei tifosi di calcio di tutta Italia.

E, nonostante i tre seminatori d'oro vinti, quest'ultimo è probabilmente il risultato più bello e importante che abbia potuto conseguire.

Fonte: l'autore Angelo Ragnoni

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