Renato Cesarini e la “sua zona” (parte seconda)

Sono tanti i giocatori famosi ma lui è l'unico calciatore diventato un modo di dire

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
cesarini

PARTE PRIMA:  http://gazzettafannews.it/calc...

Raccontava.

«È per me motivo di giusto orgoglio aver legato il mio nome a qualche cosa del calcio italiano. Se ne parlerà ancora per lungo tempo della “Zona Cesarini”. Cos’è? È quel periodo finale d’ogni incontro in cui è possibile risolvere le sorti di una contesa equilibrata.

Già quando, ragazzo, militavo a Buenos Aires, nelle file del Chacarita Juniors, avevo avuto modo di distinguermi in tal genere di prodezze, se prodezze possiamo definirle. Venuto alla Juventus ricordo che riuscii talvolta a segnare reti nei minuti finali. In un’occasione, mi pare contro il Palermo, segnai poco prima che la partita avesse termine. Ma il punto non aveva alcun valore. Lo stesso mi capitò a Budapest in una partita di Coppa Europa.

Anche in squadra nazionale potei raddrizzare un risultato che si stava mettendo male per noi azzurri, giusto mentre era quasi il momento di rientrare in spogliatoio. Fu a Berna, il 29 marzo 1931: incontro Svizzera-Italia. Al 35’ minuto della ripresa i rossocrociati avevano segnato con Abegglen III, ma su calcio di rigore che Rous, arbitro severissimo, ci affibbiò per un banalissimo fallo del nostro indimenticabile Berto Caligaris sul medesimo Abegglen: un’entrata energica, ma senza cattiveria. Ma Rous fu inflessibile e Combi, per quanto abilissimo e non nuovo a parate sui rigori, nulla poté fare contro il tiro potente e ben indirizzato di Abegglen.

Mancavano oramai pochissimi minuti al termine. Eravamo tutti protesi all’attacco. Pasche, il portiere, Minelli e Ramseyer, terzini, avevano mani e piedi per tutti i palloni. Già temevamo di tornare a casa sconfitti. A un certo momento, in area, ebbi una palla buona: una finta, uno scarto, un tiro di destro. Per quel giorno non avremmo perso più. La fama di Cesarini, marcatore in extremis, era nuovamente confermata.

Ma la cosiddetta “Zona” nacque qualche mese dopo: il 13 dicembre, a Torino, sul campo dei granata. L’undici azzurro era opposto a quello quadrato e solido degli ungheresi. Chiudemmo il primo tempo in vantaggio per 1-0, con una rete di Libonatti. Poi Avar pareggiò. Mumo Orsi ci riportò in vantaggio, ma Avar pareggiò di nuovo.

Era piovuto in abbondanza e il terreno pesante, vicino alle porte quasi pantanoso, non facilitava il nostro gioco più veloce e più tecnico di quello ungherese. Mancavano pochi secondi alla fine, a un certo momento ebbi la palla. Avevo addosso il terzino Kocsis, un tipo che faceva paura; non potendo avanzare passai alla mia ala Costantino. Faele la portò un po’ avanti, al limite dell’area e titubò. Allora ebbi come un’ispirazione: mi buttai a corpo morto, tirai Costantino da una parte, caricandolo con la spalla, come fosse un avversario, e Faele schizzò lontano; fintai evitando Kocsis.

Il portiere Ujvari mi guardava cercando di indovinare da quale parte avrei tirato. Io guardai verso sinistra, da dove arrivava a grandi falcate Mumo. Accennai un passaggio all’ala; il guardiano magiaro abboccò e si sbilanciò sulla sua destra, preparandosi a parare l’eventuale tiro di Orsi.

Allora io tirai, assai forte, per conto mio, alla sinistra del portiere. Il quale fece in tempo a gettarsi in tuffo dalla parte giusta, ma giunse troppo tardi. La palla gli sgusciò davanti; poté toccarla con le mani ma, data la forza con la quale era stata battuta, non riuscì a trattenerla. Vincemmo così per 3-2. E non si fece neppure in tempo a rimettere il pallone al centro del campo, poiché il cronometro del signor Mercet spaccò il 45’ minuto del secondo tempo».

Renato entra nella storia. Eugenio Danese sarà il primo giornalista a parlare di “Zona Cesarini”, quando il 20 dicembre l’Ambrosiana batte 2-1 la Roma con un goal di Visentin all’89°. In “Zona Cesarini”, appunto. Così si dice da allora, così indica lo Zingarelli.

Sono tanti i giocatori famosi, ma Renato Cesarini detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906 e morto a Buenos Aires nel 1969 è l’unico calciatore diventato un modo di dire.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

DI' LA TUA

0
0 COMMENTI

Inserisci qui il tuo commento

Gazzetta Fan News

Modifica password

Inserisci la password attuale: Inserisci la nuova password: Conferma la nuova password:

Grazie per il tuo commento!

Il commento sarà pubblicato appena moderato.

Grazie per aver compilato il form

A breve riceverai un feedback dallo staff di Gazzetta Fan News.

Grazie

Hai completato la tua registrazione! Inizia subito a partecipare alla community di GazzaNet

Continua la tua navigazione

Login

RECUPERA PASSWORD

Per recuperare la password inserisci la tua email.



Inserisci la tua nuova password.