Razzismo negli stadi? I calciatori devono dire basta

Chiudere gli stadi è solo un paliativo, si deve far ben altro per risolvere il problema, con il contributo dei giocatori stessi

di Ciro Balestrieri
Ciro Balestrieri
(59 articoli pubblicati)
Razzismo negli stadi

Giocare a porte chiuse non è sicuramente la scelta ideale che risolverà il problema del razzismo nel calcio italiano nel lungo periodo, ma è certamente l’unica via percorribile a breve termine. Difatti è il solito compromesso per permettere di andare avanti senza compromettere il calendario del campionato. D’altro canto non si può affrontare il tema del razzismo e della violenza negli stadi con posizioni estremiste in entrambi i sensi. Chiaramente ignorare del tutto il problema e permettere a determinati gruppi di scalmanati ed ignoranti che vanno allo stadio con l’unico obiettivo di insultare e creare disordine ha la sola funzione di aumentarne il numero. Nel senso opposto, cioè sospendere addirittura l’intero campionato per almeno una giornata se non di più punirebbe senza alcun motivo tutte le squadre ed i vari tifosi senza intaccare minimamente il problema. 

Ci sono due modi per risolvere questo orrendo dramma extra-sportivo, ed uno è anche quello apparentemente più banale, ossia punire severamente chi ha commesso i fatti in questione (sia che siano degli ignobili cori razzisti sia che si tratti di comportamenti violenti). Vanno prese delle sanzioni a due livelli, uno giudiziario ed uno sportivo. Dal punto di vista “giudiziario” queste persone vanno denunciate e devono subire un processo come qualsiasi altro cittadino che commette tali nefandezze al di fuori dello stadio e le stesse medesime sanzioni senza avere alcuna scusante ed attenuante. Dal punto di vista “sportivo” invece, la palla deve passare nelle mani delle singole società, che devono necessariamente vietare per un lungo periodo (e quando il fatto è davvero grave, anche per sempre) l’ingresso allo stadio a tutti questi soggetti indegni. Se si continuerà a far entrare questi personaggi senza dargli alcuna sanzione l’unico risultato ottenibile e quello di rafforzare le loro posizioni ai danni della maggioranza che vuole solo divertirsi ed incitare i giocatori in campo.  

Ciononostante, alcuni provvedimenti contro gli episodi di razzismo possono  e devono essere presi dalle squadre in campo immediatamente. Infatti durante la partita Inter Napoli a San Siro, dove una frangia di ultrà intonava i soliti stupidi cori razzisti ai danni del difensore del Napoli Koulibaly, l’arbitro non ha deciso di interrompere la gara ma ha segnalato allo speaker di interrompere i "buuu" razzisti, ma è servito a poco. In un occasione del genere, i primi ad essere indignati dalla situazione dovrebbero essere i giocatori stessi, non solo chi viene insultato, ma molto di più i suoi colleghi, soprattutto i suoi avversari che ospitavano appunto la squadra avversaria

Non è accettabile da parte dei calciatori che continuino a proseguire nella partita come se non succedesse niente, in questo modo danno l’impressioni di disinteresse generale e lasciano tutto sulle spalle di chi viene discriminato, e questo è assolutamente sbagliato in primis, ed anche deleterio. La vera risposta doveva venire da entrambe le squadre in campo, sopratutto dall’Inter e dal suo capitano per primo, tra l’altro straniero anche lui. Nel momento in cui certi atteggiamenti vergognosi si vengono a verificare, i giocatori non direttamente colpiti devono difendere e stare dalla parte del proprio collega oggetto di insulti. 

In che modo? Uscendo dal campo in segno di sdegno! Se i giocatori fossero usciti dal rettangolo di gioco e lo speaker avesse intimato agli ultrà di smetterla nei cori, la faccenda si sarebbe chiusa molto in fretta senza destare tutto questo clamore. Chi vuole venire a vedere lo spettacolo offerto dai propri beniamini deve rispettare delle regole, non può insultarli perché gli va di farlo e questo i giocatori devono metterlo in chiaro. Loro con il loro comportamento sono un modello per le future generazioni, visto che godono di grande ammirazione di milioni di ragazzi, e non possono accettare di vedere un proprio compagno (avversario o meno) essere preso di mira in questo modo. E diciamo con orgoglio: “Io sto con Kalidou”!

Fonte: l'autore Ciro Balestrieri

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