Razzismo in campo: quando ci saranno cambiamenti in Italia?

Cagliari, Verona e Parma (in veste atalantina): siamo già al terzo episodio di razzismo in questo campionato.

di Giorgia Petrone
Giorgia Petrone
(11 articoli pubblicati)
Skriniar e Lukaku

Sembra incredibile ma nel 2019 siamo ancora costretti ad assistere a manifestazione di razzismo e odio negli stadi. Sì, allo stadio! Dove dovrebbe vigere unione, fratellanza, accoglienza e condivisione. Invece, sembra quasi diventata una (pessima) abitudine prendere di mira e offendere i calciatori di colore del nostro campionato. Su quattro giornate di Serie A, già in tre occasioni alcuni tifosi si sono resi protagonisti di cori discriminatori.

Ma c’è di peggio! C’è chi è capace di minimizzare l’accaduto, e questo succede fin troppo spesso in Italia: “La gente è abituata a tifare contro gli avversari non per razzismo ma per ‘aiutare’ le proprie squadre” è stato detto, e ancora “In Italia usiamo certi ‘modi’ solo per ‘aiutare la squadra’ e cercare di ‘rendere nervosi' gli avversari non per razzismo, ma per farli sbagliare”. Per essere precisi, tali giustificazioni sono state utilizzate in un comunicato ufficiale della curva nord dell’Inter, con destinatario Lukaku, vittima del primo episodio di razzismo di questo campionato. Durante la seconda giornata di Serie A, alcuni componenti della curva del Cagliari sono stati autori di ululati razzisti contro l’attaccante dell’Inter, che era in procinto di battere il rigore che avrebbe poi permesso alla sua squadra di vincere il match. Già nervoso per l’accaduto, il belga ha poi dovuto anche leggere il comunicato degli ultras neroazzuri, che minimizzava, se non giustificava del tutto, ciò che era successo. 

Il gesto di “minimizzazione” è stato ripetuto da una società (il che è ancora peggio): quella dell’Hellas Verona. Durante Verona-Milan, match valido per la terza giornata di Serie A, non solo Kessie ma anche il napoletano Donnarumma, sono stati presi di mira e bersagliati con cori discriminatori, rispettivamente per il colore della pelle e per le origini meridionali. Ed ecco che dopo la partita interviene il profilo twitter della società veronese che scrive: “I ‘buuu’ a Kessie? Gli insulti a Donnarumma? Forse qualcuno è rimasto frastornato dai decibel del tifo gialloblù”. Immediato il comunicato del Milan che condanna tutte le forme di razzismo o discriminazione. È poi tornata sui suoi passi la società gialloblù che si corregge scrivendo: “Abbiamo sempre fermamente stigmatizzato e condannato tali episodi […]. Non sono stati da noi avvertiti né percepiti presunti cori nei confronti del calciatore avversario Kessie”. Insomma, il non vedo non sento tipico italiano. 

Passiamo all’ultimo episodio, avvenuto durante la quarta giornata e che vede protagonista alcuni tifosi atalantini e il nuovo acquisto della Fiorentina Dalbert. Intorno al 30’ il giocatore viola si rivolge all’arbitro accusando alcuni membri della curva nerazzura di averlo insultato per il colore della pelle. Il gioco si ferma e viene fatto un annuncio, che probabilmente neanche si è sentito in tutto lo stadio e che provoca una bordata di fischi da parte del pubblico. 

Perché la gente non ha ascoltato l’annuncio? Perché le persone tendono a minimizzare gli episodi? Perché i poteri non fanno niente? Davvero vogliamo continuare a vivere così, con questa chiusura mentale? La società non aiuta per niente. Ma perché l’Italia per una volta non prova a seguire gli approcci che offre (per esempio) l’inghilterra? Individuare i colpevoli, con tutta la tecnologia che c’è oggi, è davvero cosi difficile? A quanto pare negli altri paesi no, ma nella nostra patria sì. 

Bisognerebbe cominciare a punire; ma prima bisognerebbe smetterla di difendere questi pseudosostenitori, come alcuni allenatori e presidenti hanno fatto, solo per non fare brutta figura. “Non possiamo andare a contare uno a uno tutti quelli che insultano” ha detto Gasperini dopo Atalanta-Fiorentina. E invece, caro mister, è proprio quello che bisognerebbe fare. È ora di cambiare, siamo nel 2019. No al razzismo!

Fonte: l'autore Giorgia Petrone

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