Memore di calcio: “Oh oh oh oh che centroattacco!”

La storia di Felice Virgilio Levratto, lo sfondareti

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
levratto

“Oh oh oh oh che centroattacco! Oh oh oh oh tu sei un cerbiatto! Sei meglio di Levratto, ogni tiro va nel sacco, oh oh oh che centroattacco!” E se il Quartetto Cetra nel 1959 poteva permettersi cotanto paragone per raccontare le gesta di “Spartaco che nella Quinta B giocava centroattacco tutti i giovedì”, vuol dire che qualcosa di buono Felice Virgilio Levratto l’aveva combinato. E chi ha una certa età pensa subito a Levratto, lo sfondatore di reti per eccellenza. E fuori di metafora: Levratto le reti le ha sfondate davvero, tanto forte è stato il suo sinistro. Lo fa sette volte, almeno secondo le cronache dell’epoca, che in perfetto stile littorio accentuano gli aspetti epici e rendono roboante anche i più noiosi 0-0.

Di certo la prima volta lo fa il 17 luglio 1922, durante la prima finale di Coppa Italia tra Udinese e Vado Ligure, la squadra del suo paese. Una Coppa Italia che è un torneo di consolazione per i club eliminati dal campionato federale, tanto che la seconda edizione andrà in scena solo nel 1935. Ma si tratta pur sempre di un trofeo nazionale. E, dopo 127 minuti, si è ancora sullo 0-0. Ultimo minuto: Roletti ruba palla all’Udinese, passa a Marchese che dà a Levratto, in posizione di ala destra. Botta disperata di esterno mancino e palla che entra in porta all’incrocio dei pali. Ma il pallone non si trova più nella rete e l’arbitro prima di convalidare il goal deve constatare che è stata bucata dal tiro potentissimo.

Non poteva che essere straordinario tutto quello che faceva Levratto, nonostante non abbia mai vinto lo scudetto. Colpa, o merito, dipende dai punti di vista, della scelta che fa a nemmeno ventuno anni, senza mai pentirsene, quando è conteso da Juventus e Genoa. Sceglie i rossoblu, che l’anno prima, nel 1924, avevano vinto il nono e ultimo scudetto.

Levratto ci arriva sull’onda della fama di attaccante correttissimo, grazie a un episodio accaduto alle Olimpiadi di Parigi, nella partita contro il Lussemburgo, il 29 maggio di quell’anno: nel secondo tempo, tira una botta tremenda centrando in pieno il viso del portiere Bausch, che crolla a terra svenuto e sanguinante. La pallonata l’aveva colpito mentre si mordicchiava la lingua e se ne era tranciata un pezzetto. Pochi minuti dopo Felice si ripresenta solo davanti al portiere che non ci pensa su due volte: abbandona i pali e si tuffa dietro la rete per evitare un altro KO con il pallone. Puro istinto di conservazione che gli salva non solo i connotati ma anche la porta: Levratto, infatti, si mette a ridere così tanto che rinuncia a segnare, anche per un senso di correttezza che gli vale titoli entusiastici sulla stampa sportiva francese.

Nei suoi sette anni genoani, Levratto il suo lo fa sempre, trasformandosi in un idolo che, ogni volta che si muove in treno tra Vado e Genova, provoca scazzottamenti tra i tifosi che si contendono il privilegio di accompagnarlo e portargli la valigia. Continua a sfondare reti, come alle Olimpiadi di Amsterdam, il 4 giugno 1928, contro la Spagna: un tiro dal limite che colpisce e spedisce in porta due avversari, prima di bucare la rete.

Poi qualcosa si rompe. Prima la sua schiena: una botta presa contro il Livorno lo tiene nell’immobilità assoluta per sei mesi, facendo temere anche la paralisi. Poi il rapporto con i tifosi, che dall’infortunio non lo vedono tornare subito ai livelli conosciuti e si mettono a contestarlo duramente. Ed è Levratto stesso, a quel punto, a chiedere di essere ceduto. Si fa avanti l’Inter, dove per due anni fa coppia con Meazza. Per altri due anni gioca alla Lazio con Piola, quindi inizia a fare il giocatore-allenatore (ma anche massaggiatore, segretario, dirigente) in C, al Savona alla Cavese.

Lo “sfondareti” muore nel 1968, dopo alcuni giorni di delirio conclusisi con la visione di un campo di calcio e con l’incitamento a compagni immaginari: «Via, via, avanti». Pensare al goal fino all’ultimo: una fine degna di un campione come lui.

 

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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