Mondiale incerto: l’estensione del dominio della lotta (tattica e fisica)

Le prime partite del mondiale hanno dimostrato che per vincere è difficile anche per i fenomeni

di Paolo Gavarone
Paolo Gavarone
(23 articoli pubblicati)
Argentina messi

Che fossero finiti i tempi di squadre come lo Zaire 1974 o El Salvador 1982 era già chiaro da un po’. Ormai rientra nelle grandi banalità del calcio dire che non ci sono partite facili. I Mondiali stanno però dimostrando che la differenza tra le nazionali storicamente al vertice del ranking e quelle della fascia inferiore si sta assottigliando. O meglio, fisicità e tattica hanno fatto in modo che il gap tecnico non sia sempre decisivo.

Nessuna delle big scese in campo fino ad oggi ha passeggiato e la dinamica delle partite è stata sempre simile. Squadre ben preparate atleticamente, accortezza tattica e motivazione che porta a lottare fino all'ultimo pallone. Ormai quasi tutte le squadre della World Cup sono espressione di un calcio globale.  Se un giocatore gioca in un campionato professionistico, anche se non magari di primissimo livello, ormai è sicuramente ben preparato fisicamente e tatticamente non sarà uno sprovveduto. Quasi tutte le nazionali sono un melting pot di esperienza calcistiche diverse e sono ormai lontane dall'improvvisazione e dal dilettantismo di qualche decennio fa. 

Se si fa pressione sulla fonte del gioco, se con muscoli e velocità si riescono a ridurre spazi e tempi agli avversari, le partite si possono complicare anche per chi in campo ha dei fenomeni. Sul piano tecnico Islanda o Svizzera non sono paragonabili a Argentina o Brasile. Ma corrono e fanno a spallate ugualmente (forse di più) e sanno stare in campo. Non dimentichiamo poi che i top team hanno molti giocatori reduci da annate intense fisicamente e mentalmente. Liga, Premier, Champions… portano un carico di fatica che a giugno si può far sentire. E queste squadre sono al mondiale per vincere, con ciò che ne consegue a livello di pressioni. La sconfitta è dichiaratamente un fallimento che può pesare sull’approccio alle gare. Per chi arriva ai mondiale da outsider è molto diverso. Si vive un sogno dove la sconfitta è una possibilità, ma la vittoria anche di una singola partita significa essere eroi del proprio paese.

Entrare in campo da Finnbogason o Zuber è quello che vorrebbero tutti. Eroi di un popolo intero, nella competizione che era il tuo sogno. In una partita dove non hai nulla da perdere, contro avversari che per anni sembravano di un’altra galassia calcistica. In un gruppo graniticamente compatto dove tutti sono concentrati su questo obiettivo da anni. Entrare in campo come Messi o Neymar, con più di 50 partite stagionali alle spalle, con la pressione di un paese intero, con il confronto con i campioni del passato già pronto sui pc di tutti i giornalisti accreditati, con un paio di avversari dedicati a mordere le caviglie, non è assolutamente facile. Non basta il talento se non si riesce a lottare contro tutto questo. 

Questo mondiale sarà una continua lotta tra gruppo e talenti. Tra fisicità e tecnica. Tra voglia di stupire e voglia di confermarsi. Tra il numero da applausi del campione e il tackle del mediano. E l'esito non è mai stato così poco scontato. 

Fonte: l'autore Paolo Gavarone

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