Meroni, la farfalla granata con il numero 7

L'omaggio al campione nel giorno del suo compleanno

di Riccardo Sanna
Riccardo Sanna
(48 articoli pubblicati)

Gigi Meroni, ancor prima di essere un calciatore, era una farfalla. Vestita di granata.

Anticonformista, genio, visionario: ciò che poi divenne la normalità, dallo stile al pensiero, Gigi l'aveva già capito da tempo.

La pittura, gli abiti che indossava da lui disegnati, la barba folta e l'amore per Cristiana, donna già sposata.

In campo, Gigi, non giocava al pallone: eseguiva magie. Con la numero 7 sulle spalle, ubriacava gli avversari a suon di dribbling e galoppate.

Amato da buona parte degli sportivi, un idolo per i tifosi del Toro: soltanto all'idea di un'eventuale proposta concreta della dirigenza bianconera per strapparlo alla squadra granata parte dei tifosi manifestò profondo dissenso pubblico. Alcuni di questi, operai Fiat, minacciarono di boicottare la catena di produzione se ciò fosse avvenuto. Erano altri tempi, forse più romantici. Come romantico era il calcio. Come lo era Meroni.

Gigi Meroni con gli scarpini ai piedi era corsa e fantasia, estro e tenacia, quantità e qualità. Nella vita di tutti i giorni era un uomo libero, in tutto e per tutto.

Se gli atleti dovevano presentarsi al campo obbligatoriamente con il viso pulito, lui portava la barba

Se il vestiario del periodo era piuttosto sobrio, lui lo stravolgeva.

Se tutti portavano a spasso il cane, lui passeggiava con una gallina al guinzaglio.

Se amare una donna già maritata era considerato un reato, lui non poteva mentire al suo cuore e per questo amava Cristiana.

La parabola della breve vita di Gigi Meroni è un lampo che illumina il cielo. Un disegno che diventa perfetto anche se perfetto non è. Non è che un tiro che va  a finire sotto il sette, sfuggendo alla marcatura di Facchetti nella gara contro l'Inter: muscoli che sembrano cedere e invece il piede inventa un gol superlativo, una rete difficile da immaginare, proprio come i suoi pensieri. Era un personaggio beat, Meroni. Un rivoluzionario in una nazione bigotta. Era un giocatore simbolo del Torino quando quel 15 ottobre del 1967, giorno in cui perse la vita travolto dall'auto guidata da Attilio Romero (che trent'anni dopo, per uno strano caso del destino, divenne patron granata) è diventato immortale. Perché gli artisti veri non muoiono mai. Sono farfalle che non smettono mai di volare

Tanti auguri di buon compleanno, Gigi. Avevi 24 anni quando te ne sei andato.

E voli ancora.

Fonte: l'autore Riccardo Sanna

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