I mali del calcio italiano, dal calcio di provincia alla Serie A

La Nazionale italiana sta attraversando uno dei periodi più cupi e complicati della sua storia recente. Cambiano gli allenatori, ma i risultati non arrivano

di Leonardo Torri
Leonardo Torri
(10 articoli pubblicati)
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"Dicono che non ti togli il vizio finché non tocchi il fondo. Ma come fai a sapere quando l’hai toccato?"  

Sono le 23 di una fredda sera di metà novembre, il 13 per essere precisi e il movimento calcistico italiano tocca, dopo anni di alti e bassi, per davvero il così detto fondo del barile. Mancata qualificazione al Mondiale Russo e la Svezia che ci sbeffeggia davanti a un San Siro colmo di rabbia, incredulità e silenzio. Non era un silenzio normale, ma uno di quelli assordanti, che fanno male. I giorni successivi parte una caccia all'uomo per addossare le colpe a qualcuno: allenatore, giocatori, federazioni e chi più ne ha ne metta. 

Sembra l'inizio della Apocalisse, una tanto acclamata rivoluzione sembra sul punto di partire, ma poi come solito in questo paese si sentono solamente tante parole buttate al vento e pochissimi fatti. Fuori Giampiero Ventura e dentro l'esperto Roberto Mancini...e poi? Basta, tutto qua. Sono anni che il calcio italiano non riesce a produrre più tanti giocatori di livello e abitando in un piccolo paese di montagna, avendo giocato per anni nella squadra locale credo di aver capito alcune cose.

I problemi del calcio italiano iniziano già nelle tanto acclamate "Scuole Calcio": ho iniziato a giocare a pallone alla tenera età di 5 anni e faccio parte di quella generazione post vittoria Mondiale 2006. Sin dall'inizio gli allenamenti erano molto chiari; tanta tecnica a partire dai passaggi, lo stop, marcare l'uomo, corsa e sacrificio. Tutto questo oggi purtroppo si sta sempre più perdendo perché per le società  col passare del tempo sono sempre meno interessate a formare i ragazzi, sia  dal punto di vista sportivo, sia da quello umano. Ora è diventato importante avere il più alto numero di iscrizioni possibili, magari senza poi avere i necessari istruttori, che il più delle volte sono ragazzi delle giovanili o della prima squadra che per guadagnare quel poco di più si cimentano in questa avventura, magari inconsapevoli del ruolo che ricoprono. Ho partecipato per interesse personale a molteplici allenamenti delle giovanili e a partire dai pulcini (età compresa tra i 6 e 7 anni) viene già insegnata ad esempio la diagonale, dimenticandosi dei concetti basilari di questo gioco: stop, passaggio, tiro. 

Altro grave problema è sicuramente legato alla presenza di pochi italiani in campo, che ogni domenica vedono il loro posto occupato dallo straniero di turno, pagato quasi nulla rispetto al ragazzo nostrano e che quindi deve essere valorizzato per ottenere un immediato guadagno. Basti pensare che il Parma è la squadra più italiana della Serie A, anche se paradossalmente i ducali non forniscono alcun giocatore alla Nazionale. Recentemente anche lo stesso Ct. Mancini ha riportato alla luce tale dato e già più volte, come i suoi predecessori, si è ritrovato a far giocare titolari, ragazzi che nemmeno sono impiegati dai loro club di appartenenza. Questo è forse uno dei fatti che fa più riflettere e forse è il momento di ritornare a essere quelli invidiati da tutti, quelli in grado di produrre campioni su campioni. Siamo all'inferno tutti in questo momento, ma le risorse se impiegate ci sono ed è quindi arrivato il momento di usarle, prima che sia troppo tardi, per far partire il Rinascimento Azzurro.

Fonte: l'autore Leonardo Torri

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