L’uomo che non volle farsi re: ritratto di Josip Ilicic

Lo sloveno sta disputando una stagione straordinaria. Crescono i rimpianti per una carriera non all'altezza del suo talento

di Marcello Lavetti
Marcello Lavetti
(65 articoli pubblicati)
Juventus v Atalanta BC - TIM Cup

Con quella faccia un po’ così. La storia del calcio è piena di giocatori dal potenziale non del tutto espresso, a ben pensarci sono più le promesse mancate che quelle esaudite. Un lungo sentiero di ciò che poteva essere e non fu, recentemente ben rappresentato da due talenti buttati come Cassano e Balotelli, quest’ultimo oggi in predicato di salire sull'ultimo treno importante. Se qualcuno si fiderà ancora. A questa categoria appartengono anche giocatori più periferici, nel senso di una minor visibilità dettata dal paese di provenienza oppure dal non aver mai militato in squadre prestigiose. Uno di questi è Josip Ilicic, l’attuale numero settantadue dell’Atalanta spumeggiante di Gasperini. A trarre in inganno chi magari non ne ha valutato appieno le qualità, c’è forse quell'espressione del viso sempre un po’ sorniona e all'apparenza volta al disimpegno. Ma dopo una stagione come questa, arrivato ai trent'anni, possiamo ben dire che Ilicic ha in parte sprecato un oceano di talento.

Onda su onda. Di certo lo sloveno non ha avuto una vita semplice, con un padre mai conosciuto ed un’infanzia dai colori non sempre allegri. Le doti tecniche sono evidenti sin dai primi calci, però la sua è una maturazione agonistica complicata e più lunga del previsto. E’ un attaccante dal ruolo mai veramente definito, a spasso tra la trequarti e la fascia destra, con l’assist sempre in canna ma pochi gol a ruolo. Il Palermo si accorge di lui durante un turno eliminatorio di Europa League contro il Maribor, la più importante squadra slovena in cui milita da pochi mesi. Zamparini sarà anche un presidente dall’esonero facile, ma quando gli prospettano un talento vero non se lo lascia sfuggire. E’ l’estate del 2010, Josip ha ventidue anni e l’occasione della vita per dimostrare di essere un calciatore importante. I tre anni in rosanero sono positivi, emerge da subito una certa incostanza ma certe partite a suon di delizie tecniche fanno scattare le attenzioni di alcune big europee.

Dannato ti amerò. Il passaggio alla Fiorentina avviene dopo un’annata negativa per il Palermo, culminata con la retrocessione, ma positiva sul piano personale con un bottino di undici reti. Il rapporto con Firenze durerà quattro anni e sarà costellato di fischi e applausi, da stagioni sopra le righe e da altre un po’ così. Ilicic mostra il meglio ed il peggio del suo repertorio: colpi di tacco, un sinistro che canta assist e pennella punizioni, ma anche quel caracollare fastidioso, che lo mette nel mirino della critica quando le cose si mettono male e serve anche correre un po’ di più. Trentasette le reti realizzate nel quadriennio viola, uno score positivo che però non elimina le perplessità, tanto è vero che l’Atalanta riesce ad aggiudicarselo per una cifra non certo esorbitante, bastano poco più di cinque milioni di euro. A dire il vero il ragazzo si era promesso alla Samp, ma le avance di Percassi gli fanno cambiare idea.

Un genio per la Dea. Diventa subito un elemento imprescindibile per Gasperini, che lo schiera un po’ ovunque ricavandone prestazioni spesso sopra le righe, in campionato e ancor di più in Europa League. Cioccolatini regalati ai compagni sotto forma di assist, e poi reti decisive quando il gioco si fa duro. E, sopra ogni cosa, un’impressione di onnipotenza tipica di chi sa di poter fare sempre la differenza. A volte rallenta il gioco col suo incedere un po’ pigro, ma la palla non gliela rubi mai. 

Va bene così. A chi gli fa notare che poteva essere un giocatore da Champions League, lui risponde con quel suo mezzo sorriso e afferma che è contento così, che è partito dal nulla e molto ha fatto. Forse se avesse incontrato qualche anno prima un mister come Gasperini, oggi parleremmo di una storia diversa ed ancor più illustre. Ma Josip dice che va bene lo stesso. E’ riuscito ad essere il duca della Slovenia e tanto gli basta. Peccato non abbia voluto essere regnante in Europa, avrebbe potuto permetterselo

Fonte: l'autore Marcello Lavetti

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