Leonardo: l’utopia moderna del calcio brasiliano

Il nuovo direttore generale dell'area tecnico-sportiva rossonera ha avuto anche un passato da allenatore e non solo

di Luca95 Meringolo
Luca95 Meringolo
(118 articoli pubblicati)
Cagliari v AC Milan - Serie A

Uomo di calcio a tutto tondo, questo è semplicemente la massima definizione di Leonardo Nascimento de Araujo ritornato al Milan dopo 8 anni di distanza  nella veste di direttore generale dell'area tecnico-sportiva. Il suo compito oltre a quello del collega e amico Paolo Maldini è quello di riportare il Milan ai vertici che gli competono. Il Brasiliano ha vissuto praticamente in varie vesti il calcio degli ultimi 36 anni. Nell'estate del 1982 era davanti la televisione a scrutare con i suoi giovani occhi da tredicenne i segreti della nazionale Brasiliana ai Mondiali in Spagna. 

Un Brasile tanto bello quando utopistico, basato su un 424 in cui coesistevano insieme Cerezo, Junior, Socrates e Falcao. Troppo bella per essere vera e per fortuna siamo stati noi italiani a spegnere con una prestazione impressionante i sogni di gloria brasiliani. Leonardo era lì e anche la sua vita testimonia il suo essere brasiliano ma anche quel sorriso e quel modo di essere un personaggio di livello internazionale oltre che di comunicazione vasta grazie alla padronanza di ben sei lingue. 

Ha vissuto una carriera multietnica, dal Brasile all'Italia ormai la sua seconda casa passando per Spagna Giappone e Francia. Nonostante ciò non ha mai rinnegato le sue origini e le sue tradizioni brasiliani, da talent-scout ha scoperto giocatori di livello mondiale come Kakà, Thiago Silva e Pato e da allenatore di Milan e Inter ha sperimentato quella che è la rivisitazione moderna del 424 ribattezzata da Galliani il "4-2-Fantasia". Idea raffinata ma come abbiamo detto utopistica, il suo Milan e la sua Inter divertono ma tranne una Coppa Italia in neroazzurro  il palmares rimane vuoto. E' stato bello vedere la rimonta del suo Milan a Madrid o della sua Inter a Monaco di Baviera ma soprattutto per i suoi estimatori vedere  le sconfitte  di Champions e nei derby prima con il Milan poi con l'Inter non è stato molto piacevole. Indubbiamente le milanesi allenate da Leonardo sono squadre ibride, quasi a fine ciclo ( non è da tutti ereditare il Milan post- Ancelotti e l'Inter post-Mourinho) ma anche lui ha delle responsabilità, la solidità della squadra sacrificata nella concezione utopistica della convivenza  di tanti talenti offensivi insieme ( prima Pirlo, Seedorf, Pato, Ronaldinho, Borriello poi Motta, Stankovic, Eto'o, Snjeider, Milito e Pazzini). 

 Leonardo è anche l'uomo che ha reso grande il Psg con gli innesti tra gli altri di Ibrahimovic, Thiago Silva, Pastore, Cavani. Una vita vissuta in maniera globale ma senza mai riuscire a trovare una collocazione lunga, il brasiliano ama viaggiare, sentirsi libero, esattamente come gli uccellini e non è tipo da farsi imbrigliare  ne dalle persone ne dagli schemi tattici. Il calcio lo ama, lo vive e lo respira esattamente come da ragazzino davanti alla Tv a vedere i suoi eroi, il Brasile 1982 rimasto comunque vivo nel ricordo soprattutto dei suoi coetanei e predecessori. Il suo ritorno al Milan anche contestato da alcuni per il suo passato da allenatore dell'Inter è l'ennesima sfida del brasiliano, colui che da campione del mondo nel 1994 ha sacrificato l'Europa per il Giappone e anche lì è stato amato e venerato. Forse sarà fin troppo esteta ma in ogni caso la sua voglia di avventure, di viaggi e di nuove imprese è sempre lì dietro l'angolo, come il volo delicato di una farfalla in un modo o nell'altro il brasiliano nel bene e nel male farà ancora parlare di sé.  

Fonte: l'autore Luca95 Meringolo

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