Le stelle possono vincere le partite da sole, (quasi) mai i Mondiali

Maradona è nato una volta sola. E il calcio è uno sport di squadra.

di Antonio Casu
Antonio Casu
(30 articoli pubblicati)
France v Argentina Round of 16 - 2018 FI

1986, Messico. L'Argentina, trascinata dal genio calcistico di Diego Armando Maradona e dalla furbata iconica della Mano de Dios, conquista il secondo Mondiale della sua storia. Una nazione intera celebra le gesta di una squadra capace di replicare l'impresa di otto anni prima, ma la realtà è un'altra: il primattore, in quel caso, è stato anche l'unico vero interprete. Lo pensano tutti, senza romanzare granché: Maradona ha vinto praticamente da solo, come nessuno era riuscito prima. 

2018, Russia. L'Argentina, guidata stancamente in campo (e in panchina) da Lionel Messi, viene eliminata agli ottavi di finale dalla Francia. Un fallimento totale, che avrebbe assunto le dimensioni della disfatta epocale se non avesse superato con un episodio negli ultimi minuti dell'ultima partita il girone eliminatorio con Nigeria, Islanda e Croazia. La nazione, a secco di trionfi internazionali da venticinque anni, si scaglia contro il commissario tecnico Sampaoli e mette in discussione le vere doti del profeta Messi, confrontato eternamente con il vecchio Pibe de Oro

Ma che colpe ha, la Pulga? Più di una, in relazione al rendimento in questo Mondiale, segnato da una sola rete ed un errore dal dischetto nel primo incontro. Poche, se si pensa al disastro tecnico di Sampaoli e di una squadra senza logica infarcita di stelle decontestualizzate. Nessuna, nel momento in cui si chiede ad uno dei calciatori più forti di sempre di vincere un Mondiale da solo. Perché Maradona è unico e inimitabile e il fatto che pochi ricordino a malapena il nome di un altro campione del mondo del 1986 non implica che il calcio non sia, banalmente, uno sport di squadra

Non era necessario farlo, ma il Mondiale in corso lo sta confermando per l'ennesima volta.  Il giudizio del campo ha premiato l'organizzazione dei modesti russi e dei granitici svedesi, dopo aver bocciato prematuramente la Polonia di Lewandowski, l'Egitto di Salah e le stelle (de)cadenti della Germania. Così come ha fatto successivamente con il Portogallo di Cristiano Ronaldo, la Spagna dei fenomeni  e il Brasile di Neymar.  Tutti a casa, fermati sulla via di Mosca da uno sport che premia le gesta dei singoli solo in nome di un'impresa collettiva. 

Non ricorderemmo a lungo le magie di Hazard e Mbappé senza il lavoro occulto di Fellaini e Kanté. Modric avrebbe predicato nel deserto, mentre Kane avrebbe sfidato le statistiche dei grandi cannonieri della storia dei Mondiali traendone poco più di una soddisfazione personale. Invece no, il calcio è un'altra cosa. È lo sport della Grecia campione d'Europa, del Leicester trionfatore in Premier League e del quarantenne Buffon ancora alla caccia dell'agognata Champions League. È lo sport di Platini e Cruijff, ma anche quello di Gattuso e Oriali.  Giocato in undici,  mai da soli. 

È lo sport, meraviglioso e maledetto, in cui le grandi stelle, illuminanti e accentratrici, possono vincere da sole le partite, (quasi) mai i Mondiali.  Ma noi, illuminati da cotanta bellezza, forse non lo capiremo mai. 

Fonte: l'autore Antonio Casu

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