Le bandiere non saranno mai una razza in via d’estinzione

Il forzato addio di Daniele De Rossi alla sua amata Roma è l'ennesimo caso di bandiere ammainate non senza polemiche

di Antonio Siracusa
Antonio Siracusa
(101 articoli pubblicati)
Juventus FC v AS Roma - Tim Cup

Dalla polvere della strada al luccichio più scintillante delle stelle, andata e ritorno. Sembra essere questo, nel calcio di oggi, il destino di chi, oltre ad avere le doti naturali per essere un grande talento, ha la fortuna di diventare una bandiera di questo o quell'altro club. Personaggi che decidono di spendere l'intera carriera unendosi ad una sola squadra, diventandone una cosa sola. Eroi della gente, simboli in cui i tifosi s'identificano, per valori, senso di appartenenza. Dei veri e propri trofei da esibire con orgoglio, soprattutto in quelle piazze in cui di vittorie se ne vedono poche. Uomini immagini usati spesso anche come parafulmini dalla società d'appartenenza, quando le cose non girano bene, per poi essere scaricati, dalle proprietà dei club, come dei ferri vecchi e ingombranti, nel momento in cui inizia la parabola discendente della loro carriera. Accompagnati all'uscita senza troppi fronzoli, e senza nessun rispetto, non solo per i diretti interessati, ma soprattutto per i tifosi, che sono quelli che, è bene ricordarlo, con la loro passione, e con i loro soldi, tengono in piedi il carrozzone, e quindi meritevoli di veder trattare, coloro che fanno la storia, in ben altra maniera.

Alex Del Piero, Gigi Buffon, Paolo Maldini, Francesco Totti, Daniele De Rossi, hanno in comune tra loro proprio tutto questo, quello di essere delle bandiere ammainate in tutta fretta. Ma questo è figlio del calcio di oggi, dove le parole business, ricavi, merchandising, diritti televisivi, hanno sostituito romanticismo, passione, dedizione, appartenenza. Dove le società si sono trasformate, da semplici associazioni sportive facente capo ad un solo padre padrone, in vere e proprie aziende, che rispondono a degli azionisti, che hanno un bilancio da certificare e da rispettare. Alla luce di questo non si discute il merito delle decisioni dei club di privarsi, per sopraggiunti limiti d'età, o per scelte tecniche, delle proprie bandiere, ma il modo di gestione delle stesse. Troppo dirette, troppe franche, laddove andrebbe usata tanta delicatezza e tatto. Roma, poi, è un caso a parte. La proprietà americana non ha ancora capito dove si trova, e cioè in una piazza che vive tutto oltre l'eccesso. Una tifoseria passionale ed attaccata morbosamente alla sua squadra. E in questo contesto Pallotta è riuscito a disfarsi dei due figli di Roma per eccellenza, Francesco Totti e Daniele De Rossi, nel giro di tre stagioni, e sbagliando i tempi e i modi in entrambi i casi. D'altronde non si può capire una piazza se i centri di potere sono dislocati lontani dal luogo in cui dovrebbero essere. Non si può governare e capire le esigenze se ci si trova a Boston o a Londra. Ma questo è un discorso a parte.

Nonostante tutto però, le bandiere nel calcio non sono destinate a sparire, né oggi né mai. Finche ci sarà un pallone che rotola, ci saranno coloro che decideranno di unire le proprie sorti a determinati colori. Infatti nuovi simboli si affacciano all'orizzonte. Si pensi a Lorenzo Insigne a Napoli, Giorgio Chiellini e Andrea Belotti a Torino, Alessandro Florenzi a Roma. Perché il calcio non può fare a meno di loro, perché una punta di romanticismo, in un calcio tutto business, non può, e non deve mai mancare.

Fonte: l'autore Antonio Siracusa

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