Juventus-Torino 2-0: mal di felicità

Storia della mia prima volta all'Allianz Stadium: casa mia.

di Anna chiara Di cerbo
Anna chiara Di cerbo
(11 articoli pubblicati)
Si va in scena

Holiday blues” è un’espressione che indica quel sentimento di malinconia tipico delle feste. Gli studiosi dicono che sia colpa dei regali, della troppa allegria, della necessità di essere felici per forza. Ma di felicità, ci si può ammalare? Io pensavo di no, fino a che non sono arrivata per la prima volta a Torino, per la prima volta a veder giocare la mia squadra del cuore in casa sua, in casa mia.

 Questa casa è perfetta, in ogni singolo dettaglio. E durante il pomeriggio che ho trascorso nel suo salotto che ci piace chiamare Juventus Museum, ho potuto contare i soprammobili, quelli dorati, quelli argentati, ho divorato con gli occhi la maglia di Platini, ho contemplato il Pallone d’Oro di Nedved per più del tempo che avrei speso davanti ad un quadro di Caravaggio, ho immaginato come sarebbe stato sedersi su quella panchina insieme a quei ragazzi che hanno realizzato un sogno, 120 anni fa, e che oggi hanno realizzato il mio. Il giardino di casa è decorato dalle tre stelle, e lì non sono riuscita a trattenere le lacrime.

 La cornice però è solo un assaggio dello spettacolo a cui ho assistito: non solo quarti di finale di Coppa Italia, ma il Derby della Mole. E la tensione si taglia a fette, anche in campo. Max Allegri decide per oggi di lasciare a riposo il mio Pipita, in favore di Mario Mandzukic, ed anche oggi non la sbaglia. Il match è tutto una sinfonia bianconera: Szczesny avrebbe volentieri acceso il camino, ed un lussuoso Douglas Costa firma l’uno a zero su un rimbalzo del pallone su Paulo Dybala. Il primo, e forse l’unico soffio al cuore della serata me lo fa subire Niang che sfiora il palo e per qualche miracolo non insacca, e lascia la mia tribuna senza parole per tre secondi. Costa in enorme spolvero oggi non si fa mancare nemmeno l’assist per Paulo che riceve picche da Milinkovic-Savic, e che ci riprova sbagliando di pochissimo la traiettoria poco prima della fine del primo tempo.

Ad ipotecare la vittoria, ci pensa lui: l’ariete croato, Mario Mandzukic, che prima prende uno scivolone non indifferente su una palla goal al bacio ancora dell’infinito Douglas, ma che poi non si fa riprendere una seconda volta sfondando la rete su assist di Dybala: l’arbitro consulta la Var per un presunto fallo di Khedira su Acquah, lasciandoci per qualche secondo incerti dopo aver già festeggiato. Il signor Doveri non impiega molto a far luce sulla questione con lo schermo e con i suoi uomini, e ad assegnare alla Juve il secondo goal che vale la qualificazione alle semifinali di Tim Cup, e non impiega molto nemmeno ad espellere dal campo mister Mihajlovic per proteste: adesso la tensione è ancora più netta, e non mancano nemmeno in campo le scintille. Ma game, set e match sono ormai segnati: la rete di Marione non fa altro che confermare l’egemonia di una squadra che non ha solo dominato il campo, ma che ha anche saputo costruire un numero molto alto di occasioni, ed ha fatto godere il pubblico con delle giocate dei singoli, vedi Costa e Dybala. 

Il problema molto serio delle partite di calcio, è quello che accomuna tutte le cose belle della vita: finiscono. E allora quando le luci si spengono, io cerco di mangiare con gli occhi ogni angolo di quella casa, e di portarlo con me, dall’inizio alla fine di quest’anno appena cominciato. E l’insegna dell’Allianz Stadium che campeggia fuori dalla finestra della mia camera d’albergo, mi fa tornare in mente i miei dodici anni, i pomeriggi d’estate passati a sfogliare la Gazzetta a chiedermi se un giorno avrei cantato l’inno in tribuna con il cuore in gola. Quel giorno è oggi, e la malinconia che sento adesso è proprio mal di felicità. Ma guarirò presto, non appena si riaccenderanno i riflettori sul rettangolo verde e sulle maglie bianconere. 

Juventus v Torino FC - TIM Cup
Fonte: l'autore Anna chiara Di cerbo

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