Italia: l’eliminazione vista da S.Siro

Italia-Svezia vissuta da S.Siro. I brividi e le emozioni di quella maledetta notte.

di Enrico Callovini
Enrico Callovini
(5 articoli pubblicati)
Ultimo calcio dangolo

Sin da bambino sognavo di vedere l'Italia e di cantare l’inno a squarciagola per gioire, una volta, della stessa squadra insieme a tutti gli altri. Il contesto era quello giusto, era tutto meraviglioso. Il ricordo di San Siro sarà stupendo, ma il ricordo della nottata, invece, no.

Sono le 20.00 quando entro dall’ingresso del mio settore e vedo un S.Siro con già moltissimi posti occupati. Comincio il mio personale conto alla rovescia per l’inno. Non mi interessa il riscaldamento, i fischi, non mi interessa nulla, sto solo aspettando che la banda cominci a suonare per poter urlare al cielo le parole dell’inno migliore del mondo.

E’ il momento, le 20.40 circa. Finito l’inno svedese, la banda comincia a suonare, e un San Siro ormai stracolmo comincia: “po-pororo-pororo-pororo-po-po…” e al momento del “stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, siam pronti alla morte, l’Italia CHIAMO’ SI!” tutto San Siro trema, TUTTO, forse anche Milano, io, di sicuro.

Finisce l’inno. Ho ancora i brividi, tremo, sono emozionato come un bambino davanti al suo primo Natale. Era una vita che aspettavo questo momento e lo ho vissuto il giorno in cui, probabilmente, si è cantato in maniera più forte. Vorrei rivivere in loop questo momento, ma la partita deve iniziare e penso: “Dopo una carica iniziale così da parte di 70000 persone, come fai a non vincere?”. 

Fischio d’inizio. Guardo già il tabellone e vedo che siamo al secondo minuto e penso: “Oddio, già 88 minuti mancano e siamo ancora 0-0?” E così va avanti un bel po’, guardo la partita e guardo il tabellone. Due passaggi e guardo il cronometro che continua ad avanzare, più velocemente di quello che dovrebbe. Continuo, sono ossessionato.

Immobile davanti al portiere. Tiro smorzato, la palla rotola piano piano verso la porta ma non entra. Non ci credo. Non abbiamo soffiato tutti su quel pallone?

Il secondo tempo è anche peggio. Più volte il mio sguardo fissa il tabellone, sto sperando in tutti i modi che si fermi per lasciarci segnare. E invece avanza, sempre di più, minuto dopo minuto, e la situazione non cambia, non riusciamo a segnare. Sembra ci sia un muro, una saracinesca sulla porta svedese.

Ormai siamo al 75’, lo Stadio continua ad urlare e tifare ma io inizio a faticare. Non per mancanza di voglia o stanchezza, ma perché la mia concentrazione si è spostata su altro. Sono accasciato al posto davanti, con le mani giunte, non so se spero che serva davvero ma probabilmente è più un gesto d’ansia. Il tempo continua a scorrere e di urlare non ce la faccio proprio più, devo dare la mia spinta mentale.
Purtroppo vedo la lavagnetta del quarto uomo alzarsi e indicare 5 minuti di recupero: mi chiedo se basterà.

In un attimo arriviamo al 94’ e vedo Gigi che sale per il calcio d’angolo. Prima che venga battuto nella mia testa appare uno dei miei “film mentali”: mi immagino il cross che viene battuto bene, la palla che rimane li in area piccolo e arriva Buffon e la butta dentro e ci porta ai supplementari. Mente fantasiosa ah?

Niente da fare, palla allontanata. Qualche secondo dopo altro angolo.

Sento fischiare tre volte, è la fine, o, se preferite, l’inizio dell’ “Apocalisse”. Siamo fuori dai mondiali, per davvero. Io, che ho solo 21 anni, pensavo di non assistere MAI nella mia vita a un mondiale senza Italia. L’ultima volta che è successo non c’erano nemmeno i miei genitori. Sono triste, non arrabbiato. Non lo sono nemmeno con Ventura. Provo solo grande tristezza e delusione.

S.Siro era emozione pura, da pelle d’oca pure per chi di calcio non capisce nulla eppure, nonostante questo, quando penserò alla sera del 13 novembre del 2017, come primo pensiero non avrò la magia del Meazza, no. Il mio primo pensiero sarà l’inizio dell’Apocalisse, l’Italia che non va ai mondiali.

I 70000 meritavano di più, tutti meritavamo più di questo, ma è andata così e nulla possiamo fare.

Voi potete essere arrabbiati, quanto volete, ma io non ci riesco, sono solo triste, molto triste.

Fonte: l'autore Enrico Callovini

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