Inter: quel limone al veleno di Benito Lorenzi

Fu lui ad “adottare” i fratellini Mazzola dopo lo schianto di Superga

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(24 articoli pubblicati)
Lorenzi

«Non giocava soltanto con i piedi – racconta Caminiti - testa e frattaglie sparse, anche con la bocca giocava (e che bocca!), era un fascio di nervi che scatenava nella lotta, era il guizzo del centroavanti di una volta uscito dalla guerra, quindi contorto, torturato e più aguzzo.  Benito Veleno Lorenzi: due volte Campione d’Italia, 242 goal in Serie A, in 304 partite, quattordici volte nazionale con quattro reti».

Il soprannome di Veleno, però, non deriva dai giornalisti, che si limitarono ad appropriarsene, ma dalla madre Ida, che lo chiamava così per i suoi trascorsi di bambino molto vivace. Anche il nome Benito nacque da uno scherzo, voluto dal nonno del calciatore come sfottò verso il nascente regime fascista, che lo aveva costretto a chiudere la sua panetteria.

Ricordato come un cattivo in campo, il giorno dell’esordio in maglia neroazzurra, contro l’Alessandria, si fece espellere e ai Mondiali di Svizzera del 1954, nella partita contro i padroni di casa, rifilò un calcione all’arbitro brasiliano Viana. Ecco il racconto di Veleno: «Come al solito dissero che ero stato io. Sì, certo qualche calcio glielo sferrai pure io, ma ero uno degli ultimi, gli altri lo avevano già spintonato, scalciato, se lo meritava. E quando entrò nello spogliatoio corse incontro ad Andreolo, ex Campione del Mondo che era il nostro accompagnatore, come per chiedergli protezione poiché era sudamericano come lui. Per tutta risposta Andreolo, quando gli fu a tiro, gli piazzò un cazzotto in faccia. Quel Viana non arbitrò più, fu radiato e perdonato solo trent’anni dopo».

Quando, contro la Fiorentina, il compagno Stefano Nyers sbagliò un goal clamoroso, Lorenzi lo colpì costringendo l’ungherese ad allontanarsi dal campo. Richiamato bruscamente all’ordine («rientra che i conti li facciamo dopo»), alla seconda occasione Nyers segnò e rincorse Lorenzi per restituirgli il favore.

Carlo Parola raccontava un episodio tra Rava e Lorenzi. «Rava è stato in tutto e per tutto un campione. Ricordo una partita del 1947 o 1948 a Milano con l’Inter, dove ha esordito questo mattocchio di Lorenzi. Fischio e via, Lorenzi mi fa due goal. Rava non ci vedeva più, quello dopo ogni goal ci prendeva in giro, io dicevo a Pietro stai tranquillo, ma d’improvviso diventò rosso come un peperone, (quando arrossiva come un peperone guai a chi gli capitava sotto) mollò un cazzottone a Lorenzi che si abbassò e beccò in pieno Quaresima, che rimase steso più di cinque minuti. Che c’è, le bombe? Disse quando si riprese».

Era anche noto per strizzare, di nascosto, i testicoli degli avversari per sbilanciarli durante i contrasti aerei e non si tratteneva mai dall’usare il suo taglientissimo vernacolo toscano per provocare gli avversari. Sua l’invenzione del soprannome Marisa, affibbiato a Giampiero Boniperti con grande disappunto dell’interessato. In pieno stile anche la provocazione a John Charles. Veleno, infatti, non fu tanto tenero nei confronti della Regina d’Inghilterra, definendola una donna di facili costumi. La provocazione non ebbe effetto, perché il Gigante Buono, rispose pacificamente: «Non è la mia regina, io sono gallese».

Il massimo lo raggiunse durante un derby Inter-Milan, quando fu fischiato un rigore assai dubbio a favore dei rossoneri. Lorenzi andò dal proprio massaggiatore e si fece consegnare un pezzo di limone. Mentre l’arbitro Lo Bello era distratto dalle proteste dei giocatori in campo, lo posizionò rapidamente appena sotto il pallone, posato sul dischetto degli undici metri. Nonostante le grida dei tifosi, il rigore fu tirato da Cucchiaroni, ala sinistra del Milan, che non si era accorto di niente. Il tiro sbilenco fece uscire il pallone di oltre sei metri e la partita si chiuse sul risultato di 1-0 per gli interisti.

Tutto questo, però, costrinse Veleno a una rapida fuga negli spogliatoi per evitare l’invasione di campo dei tifosi avversari infuriati.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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