Il Totò nazionale che ballò solo un’estate

La storia di Totò Schillaci, entrato nel cuore dei tifosi juventini che lo accostano Pietro Anastasi

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
Salvatore Schillaci of Italy

«Da quando ero ancora un moccioso, l’unica cosa che contava per me era segnare, a dispetto di tutti, compagni e avversari. Una voglia sfrenata, che non è mai finita. Ma io non potevo cambiare, perché se perdevo quella mia voglia matta di goal perdevo tutta la mia forza di calciatore. Da noi, per emergere, devi avere la fortuna che qualcuno venga a scovarti. Non ci sono scuole calcio, i club investono poco nel settore giovanile. Ho conosciuto tanti ragazzi che potenzialmente sarebbero stati dei talenti e che si sono scoraggiati. Io ce l'ho fatta, perché ho avuto il coraggio, magari l'incoscienza, di puntare tutto sul calcio: dopo un anno e mezzo che aggiustavo le gomme, e dopo, sfinito, mi andavo ad allenare, ho deciso che dovevo scegliere. E ho scelto il calcio, dandomi una scadenza. Se non avessi sfondato, mi sarei rimesso a bottega. Non sono uno sprovveduto. Gli anni che ho passato a Messina mi hanno insegnato qualcosa, anche perché ho avuto allenatori bravi a disciplinarmi. Ho sempre cercato di giocare per la squadra, almeno finché non vedo la porta. In quel momento scompare tutto. Siamo io, lei e il portiere. Se capisco che c'è il varco giusto, io ci provo. Un attaccante deve ragionare così e fidarsi del proprio istinto. Altrimenti quando segna?». Firmato Totò Schillaci.

Attaccante tutto istinto, Schillaci vive il suo momento di maggior fortuna con l’esordio nella Nazionale di Vicini per i Mondiali casalinghi del 1990. Parte in panchina come riserva di Gianluca Vialli, ma il suo ingresso in campo è un’esplosione. Chi non ricorda i suoi occhi spiritati in quel Mondiale che ci vide al terzo posto? Uno sguardo che è entrato nella storia. La capocciata contro l’Austria, ai Mondiali italiani, gli ha stravolto, esaltato e distrutto la vita; lo stato di forma assolutamente pietoso di Vialli e Carnevale impone il suo impiego e Totò risponde. Trascinato-trascinatore da-di un’intera Nazione, vive il Mondiale con un’aggressività, un’intensità e una pressione disumane: a Mondiale finito è completamente svuotato, prosciugato.

I fiumi di inchiostro, i chilometri di pellicola e gli ettari di immagini a lui dedicate lo innalzano a livelli di popolarità da psicosi; facile pronosticare che avrebbe pagato tutto quel clamore per il quale era inadeguato sotto vari punti di vista. Alle largamente preventivabili difficoltà della stagione successiva i media, la critica e i tifosi avversari e non (Totò era diventato un personaggio nazional popolare, come si diceva allora) gli presentano il conto, ovviamente troppo salato per lui.

Con la Juventus due lunghe stagioni d'ombra: undici reti in ventiquattro mesi, pochine. In crisi con la zona di Maifredi, in difficoltà persino negli schemi dell'italianista Trap. E le polemiche continue: le voci sul suo matrimonio in precario equilibrio; i cori razzisti in ogni stadio; il «Ti faccio sparare» rivolto al bolognese Poli («Era una frase detta così, nella foga del momento, ma non dovevo dirla: ne pagai a lungo le conseguenze»); il pugno contro Baggio («Nella Juventus e in Nazionale siamo diventati amici. Dividevamo la stessa camera, lui parlava poco, io niente. Eppure, nonostante questo, una volta facemmo a cazzotti. Anzi, fui io a rifilargli un pugno»), segni grandi e piccoli di un disagio, di una solitudine. Però, fiera. E tutto si può dire di Salvatore Schillaci fuorché dubitare della sua autenticità di animo persino esagerata. Per questo la fredda Torino non l'ha mai contestato né troppo fischiato, per questo le sue clamorose gaffe sintattiche suscitavano sorrisi ma non scherno.

Gli anni seguenti occupano un posto marginale nelle cronache sportive e costituiscono argomento di dibattito per la stampa scandalistica e per il pattume televisivo. Nella sua vicenda umana e professionale c’è molto della società italiana che si apprestava a pagare il conto, salatissimo, dei fiammeggianti anni Ottanta. Un giocatore che ha dato tutto ed ha vinto poco, ma che ha saputo sfruttare la grande occasione che ha avuto.

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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