Il razzismo, la violenza e l’arretratezza del calcio italiano

Aspiriamo a raggiungere il modello inglese, ma se non risolviamo questi problemi non saremo mai al loro livello

di Marco Ghilotti
Marco Ghilotti
(99 articoli pubblicati)
FC Internazionale v SSC Napoli - Serie A

Ci sono volute la strage di Hillsborough e la morte di 96 tifosi per far capire all'Inghilterra che il problema degli hooligans, e della violenza in generale, andava risolto una volta per tutte. Tra il 1990 e il 1991 due leggi vennero approvate: il "Football Spectators Act", nel quale si impediva alle persone indagate per reati legati al calcio di partecipare a eventi sportivi al di fuori dei territori britannici, e il "Football Offences Act, nel quale si dichiarava che la polizia avrebbe potuto processare chiunque si fosse reso protagonista di uso di linguaggio osceno o di cori razzisti. Tutte decisioni dure ma necessarie per mettere un freno ad un problema che aveva danneggiato l'immagine dell'Inghilterra all'estero. Il caso di Koulibaly non è il primo in Italia, ma il grave problema è che noi siamo fermi ancora agli anni '90 riguardo alla violenza e al razzismo. Se vogliamo raggiungere gli inglesi, il primo passo da compiere è risolvere tutto ciò.  

La violenza negli stadi c'é sempre stata, ammettiamolo. Gli anni di piombo in questo caso insegnano, con le tifoserie che andavano da un anello all'altro per prendersi a botte, con gli ultras che si lanciavano i razzi da un lato all'altro uccidendo degli innocenti (Lazio-Roma 1979), e più in generale con vari episodi che si consumavano sempre e solo sugli spalti. In questi anni c'é stata l'evoluzione, perché a causa dei controlli e delle telecamere interne, picchiarsi allo stadio significa farsi riconoscere immediatamente. Per questo motivo, i violenti delle varie squadre hanno deciso di spostare gli scontri all'esterno. Qui sorge il primo problema, la mancanza di agenti di polizia al di fuori dello stadio, o perlomeno la presenza di un numero cospicuo di poliziotti che possano evitare che questa violenza abbia luogo. Ce ne sono di agenti fuori dallo stadio, ma anche gli ultras sono ben coscienti che fare a botte in un luogo così sorvegliato non sarebbe una mossa intelligente. Meglio farlo a qualche centinaio di metro di distanza, per poi andarsi a godere il match con aria soddisfatta. Se le forze dell'ordine pattugliassero meglio e con più uomini le aree circostanti, questi episodi probabilmente non accadrebbero. Una volta poi identificati i colpevoli, accanto al Daspo che è il minimo, nei casi più estremi si dovrebbe procedere all'arresto per aggressione senza mezze misure. 

Se la violenza è orrenda, il razzismo è ancora peggio. Parliamo di uguaglianza ma poi non riusciamo a trattenerci dall'insultare un calciatore che ha la pelle di una tonalità diversa dalla nostra. Quando però quello stesso giocatore indossa la maglia della nostra squadra e salva un gol sulla linea, ecco allora che piovono applausi a non finire. Il problema di fondo che noi italiani non capiamo è che tutti i calciatori sono uguali, e che il metro di giudizio per valutarli sono le loro prestazioni in campo, non la quantità di melanina che hanno in corpo. Fermare un match sarebbe stato eccessivo, d'altronde tifosi poco intelligenti ci saranno sempre e l'odio razzista non si potrà mai fermare: così facendo si rischia solamente di interrompere lo spettacolo e il bello del calcio, che con tutto questo non ha nulla a che vedere. In Inghilterra, i quattro tifosi che hanno insultato Sterling durante Chelsea-Manchester City sono stati individuati e interrogati dalla polizia prima, e successivamente gli è stato impedito di assistere alle successive partite. In un comunicato ufficiale, il Chelsea ha poi aggiunto che appoggerà pienamente qualsiasi azione penale nei loro confronti. 

Diciamo di voler raggiungere l'Inghilterra, di voler aspirare al modello inglese, all'idea di stadi sempre pieni con tifosi rispettosi. Quando però questi fatti accadono, capiamo che prima di arrivare a questo livello di modernità dobbiamo ancora farne di strada. Prima delle inchieste, prima delle leggi, pensiamo a come noi possiamo cambiare la situazione. La mano della politica arriverà di conseguenza. 

Fonte: l'autore Marco Ghilotti

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