Il prestigio attraverso i tre punti

Come gli uomini si fanno la "guerra" tra loro sfruttando lo sport.

di Giorgio Romano
Giorgio Romano
(3 articoli pubblicati)
Calcio e guerra sociale

“Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro” diceva Pier Paolo Pasolini. Ma come è potuto avvenire tutto ciò, come può uno sport aver soppiantato la cultura? Ci sono alcuni sport che esistevano già prima della nascita del calcio, eppure il teatro è sempre riuscito ad eludere qualsiasi competizione, semplicemente perché non giocava nello stesso campionato. Il teatro era cultura, richiedeva uno sforzo intellettuale ed economico, invece lo sport, di qualsiasi sport si trattasse, era altro. Era più un modo per sfogarsi; infatti i ricchi signori per appagare i propri istinti brutali giocavano a rugby, usavano lo sport come passatempo ma non avrebbero mai osato confonderlo con l’opera, col teatro, con un concerto di musica classica o un dibattito in Parlamento. 

Tutto ciò ha radici molto antiche. Anche se è facile far risalire qualsiasi evento al passato, dato che la storia non è altro che un insieme di azioni che scatenano conseguenze a catena, non si può non partire dalle società di tipo feudale. In quel periodo, i ricchi proprietari ed i nobili sfogavano la propria voglia di competizione attraverso le guerre, prima che si stabilisse un potere centrale ed assoluto che ne controllasse le scorribande, i feudatari non facevano altro che combattere tra loro in nome di un illusorio ed effimero prestigio. Quando si sono poi affermati i poteri centrali i conflitti hanno avuto una fine, ne è un esempio icastico la Francia del ‘600,  il cui sovrano per controllare i nobili li ospitava nella sua regia e residenza. Appunto con l’affermarsi di un potere vero e proprio, la competizione si è interiorizzata: non potendo più usare lo strumento della violenza, gli aristocratici hanno iniziato a competere attraverso il proprio atteggiamento ed in particolare attraverso le buone maniere. Secondo il sociologo Elias, gran parte degli usi e delle buone maniere che utilizziamo noi oggi, sono dovute proprio a questa interiorizzazione del conflitto. 

Ma ecco che arriva il collegamento con il calcio, difatti questi conflitti si sono concretizzati in una competizione sempre più frequente tra gli individui. Insomma alla base della nostra società è presente un continuo conflitto tra i membri, gli attori sociali non fanno altro che dividersi costantemente tra un “Noi” ed un “Voi”. Con l’avvento delle liberal-democrazie e di tutti i principi di egualitarismo, ma ancora di più con il proliferare del capitalismo, tutti gli uomini si sono sentiti in grado di competere. Ognuno doveva mettere in campo un proprio “esercito” che doveva scontrarsi con quello degli altri e così, come i signori feudali stringevano alleanze, anche gli uomini hanno iniziato ad associarsi in gruppi che parteggiavano per un lato o l’altro: le tifoserie. In pratica ognuno di noi, attraverso il calcio, ha avuto la possibilità di gareggiare in una competizione tra individui. Tutti abbiamo l’illusione di poter sconfiggere qualcuno attraverso la nostra squadra del cuore. Così facendo, la competizione tra persone si sposta anche sul campo sportivo, la vittoria della mia squadra contro quella del mio rivale fa si che io possa illudermi di aver effettivamente vinto una battaglia, interna grande guerra sociale che gli sto muovendo contro.

Questo effetto possono regalarlo tutti gli sport, il calcio è solo quello più diffuso, probabilmente se le masse avessero apprezzato di più la pallacanestro non sarebbe cambiato nulla. Attraverso il calcio, non facciamo altro che fare la guerra a chi è attorno a noi, non vogliamo far altro che dimostrare il nostro prestigio e la nostra forza.  In questo periodo storico, il calcio semplicemente asseconda la nostra sete di successo, il tutto con il benestare di quelli ai quali la nostra distrazione ed illusione non possono che andare bene.

Fonte: l'autore Giorgio Romano

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