Il nuovo ordine mondiale che di nuovo non ha nulla

Francia e Croazia si sfideranno domenica in un epilogo su cui in pochi avrebbero scommesso, ma la finale ha una sua profonda logica.

di Nicola Coppola
Nicola Coppola
(4 articoli pubblicati)
La Coppa del Mondo

Ancorati come siamo alla vecchia logica del calcio, sempre alla ricerca dell'uomo-copertina che fa goal pesanti, impegnati ad eleggere il migliore di tutti scegliendolo fra i maggiori finalizzatori dei top club, siamo arrivati a dimenticare le leggi del calcio, in particolare di quello moderno. La prima, di cui riprendiamo coscienza di tanto in tanto, è che a calcio si gioca undici contro undici più i cambi (e l'aggiunta del quarto ai supplementari ci ha messo ulteriormente in difficoltà), ed è insieme che si vince o si perde. La seconda, forse pure più importante, è quella che gridavano a squarciagola i maestri di calcio nei programmi sportivi di vent'anni fa, prima che il football (dovuto omaggio agli inglesi) divenisse spettacolo per famiglie, merce da somministrare in tv in maniera indifferenziata, argomento socialmente alla portata di tutti: le partite si vincono e si perdono principalmente in mezzo al campo.

Per fortuna il campo non mente. E, nonostante le polemiche sui palloni più o meno leggeri, sulle traiettorie imprevedibili e sui calci di punizione dal limite non sanzionati (e per fortuna che c'è la tecnologia, ampiamente promossa nonostante qualche sbavatura), sulle prese di posizione di natura politica di Xhaka, Shaqiri e Vida (di cui non potrebbe interessarci meno), il manto verde ha fatto rispettare le leggi del calcio moderno ancora una volta: Pogba-Kanté-Matuidi contro Modric-Brozovic-Rakitic

C'è di meglio al mondo, lì in mezzo? Se si parla di Nazionali, no. Magari il Brasile, salutato prematuramente proprio quando è venuto a mancare l'uomo-chiave Casemiro. L'esplosività di Pogba, la copertura del campo di Kanté, la sapienza tattica di Matuidi si integrano fra loro in maniera magistrale. La Francia gioca corto-lungo come nessuno, quando va in vantaggio (sempre, se si esclude lo scialbo 0-0 contro la Danimarca) gestisce meglio di tutti il possesso della sfera e la mediana bleu fornisce una copertura alla linea difensiva senza paragoni, quasi fosse una squadra di club. Il centrocampo croato ha una completezza intrinseca, nel senso che sono i suoi stessi interpreti a saper fare un po' tutto. Brozovic in questo senso è una mezza novità (già nell'ultimo terzo di campionato con l'Inter si era rivelato in queste vesti), l'anarchico divenuto equilibratore, con doti tecniche da regista e garra da incontrista; Rakitic una certezza (non soltanto per scaramanzia gli è stato riservato l'ultimo biglietto alla lotteria dei rigori per due volte); per Modric le parole sono terminate: il 10 del Real Madrid è indiscutibilmente il miglior centrocampista al mondo

Naturalmente non è tutto qui, perché, a voler ricordare la prima legge del calcio, si gioca in undici contro undici. C'è Mbappé, l'enfant prodige accostato un giorno a Pelé, l'altro a Ronaldo, capace di spaccare le difese avversarie come nessuno sul pianeta Terra. C'è Vrsaljko, per rendimento il miglior laterale della competizione. C'è Perisic, che a svegliarsi dal letargo ci mette un attimo fino a raggiungere vette di momentanea onnipotenza. C'è Griezmann, che forse a tratti si vede poco ma raramente fa la scelta sbagliata. C'è Varane, con personalità da vendere fin dalla tarda adolescenza. Ci sono due portieri assai degni di rispetto. C'è Mandzukic, che a guardarlo in faccia ti viene voglia di andare in guerra.

C'è lo sport più bello del mondo, che è, più in generale, una delle cose più belle del mondo. Anche perché non dimentica se stesso, le sue leggi non scritte, come quella in vigore dall'ormai lontano 1982, che vede in campo nella finale mondiale sempre almeno un calciatore del Bayern Monaco ed uno dell'Inter. Pure stavolta sarà così. E magari potrà sembrare che chi vincerà non lo meriti, ma così non sarà. Perché i numeri mentono, il campo no.

Fonte: l'autore Nicola Coppola

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