Il calcio in URSS: la gloriosa Dinamo Kiev. Viktor Kanevski

Le origini del calcio sovietico: Viktor Kanevski (nella foto è il primo a sinistra), bandiera della Dinamo Kiev e artefice del primo ciclo di successi.

di Davide Manca
Davide Manca
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Russian Footballers

Nella squadra fondata dai cekisti, l'allenatore Oshenkov schiera Bazylevich come prima punta: per lui non c'è spazio, non gioca, è retrocesso a calciatore dei distaccamenti militari, una specie di squadra riserve della Dinamo. È tentato di andarsene, il tecnico Bobrov lo invita di persona per portarlo al CSKA Mosca, lui arriva ma poi cambia idea. Torna a casa. Gioca ancora tra i soldati quando, dopo una partita, è richiamato in prima squadra: il match è finito 10-0, lui ne ha segnati otto. Oshenkov l'ha visto, non se lo lascia più sfuggire.

Viktor Kanevski torna a Kiev e riscrive la storia. Sarebbe forte anche nella pallavolo, tuttavia deve spegnere i suoi sogni di gloria molto in fretta: a 15 anni lavora in fabbrica per aiutare la famiglia, prima alla Mashynobudivnyk - dove fa sfracelli con la squadra di calcio, antenata dell'Arsenal Kiev - poi alla Transsignal, quando ha già smesso di giocare da molti mesi. Qui, riceve una cartolina dalla Dinamo Kiev: è un invito ufficiale, entra in squadra. Divenuto leader e capitano della Dinamo, si guadagna la convocazione al Mondiale 1962 in Cile, tuttavia con l'arrivo di Konstantin Beskov nel ruolo di CT dell'URSS, Kanevski perde il posto in Nazionale.

Nel 1965 arriva a Kiev Viktor Maslov, coach che si è fatto un nome alla Torpedo Mosca. Rivoluziona e ringiovanisce la squadra, vuole calciatori veloci e tecnici. Kanevski sa di essere fuori dai parametri richiesti e chiede la cessione. Inizia la carriera di allenatore a Zaporizhzhya, ma il suo amico Voinov, con cui ha giocato tanto alla Dinamo, diviene il nuovo tecnico del Chornomorets Odessa e lo vuole in squadra per giocare in prima divisione. Kanevski accetta, ritrova gli amici Bazylevych e Lobanovski, gioca due anni, poi si ritira. Prima di allenare, il Partito Comunista gli consiglia di cambiare il nome patronomico: "Izarailyovych" ricorda Israele, Kanevski è ebreo - l'unico che glielo ha fatto presente si è preso una testata - e il suo nome non rispecchia i valori della Madre Patria. Kanevski tenta la beffa e gli riesce, perché dall'Alto non se ne accorgono: lo cambia in "Ilyich" (figlio di Ilya, forma orientale di Elia) mantenendo un riferimento ebraico.

Allena l'Avangard Kharkiv (poi Metalist), dove si piazza dietro a Voinov (Nikolaev) e Lobanovski (Dnepr) nel 1968 e 1969, prima di raggiungere Solovyov a Tashkent come vice. Nel 1973 il Pakhtakor di Solovyov si mantiene nella prima divisione sovietica e la federcalcio uzbeka decide di premiare gli allenatori con una medaglia al Merito (cosa che, a differenza dei suoi compagni di squadra, Kanevski non riceverà mai dalla federcalcio ucraina per le vittorie da calciatore e allenatore). A fine anno, Lobanovski lo chiama per succederlo al Dnepr, il Colonnello va alla Dinamo Kiev e Kanevski allena fino alla chiamata dell'Algeria. Lo vogliono CT, il Partito gli nega la partenza, non ha parenti lì. Kanevski continua a vincere da manager, ma non riceve alcun riconoscimento.

A questo punto non ci sta più e chiede l'espatrio: la risposta è l'espulsione dal Partito. La vicenda arriva in Alto, il vice ministro degli Affari Interni prova a convincerlo a desistere: non cede e inizia a essere seguito e intercettato, il suo nome sparisce da ogni materiale storico commemorativo delle grandi vittorie della Dinamo Kiev, è rimosso dalla lista dei convocati in Cile 1962 e dalle foto della Dinamo Kiev del primo campionato vinto, non è più capitano. Rimasto senza lavoro, trova l'aiuto del fratello per continuare a vivere.

Nel 1983 nasce la Dinamo Irpin, club satellite formato da scarti della Dinamo Kiev di Lobanovski: il Colonnello nomina Kanevski allenatore di questa formazione. Nel 1987, alla guida del Tavriya Simferopol, Kanevski ottiene la promozione dalla terza alla seconda categoria. L'anno dopo, ottiene finalmente il permesso di lasciare il paese assieme alla moglie, andando a vivere a New York e trovando lavoro come allenatore in una scuola sportiva grazie ad alcuni connazionali.

Fonte: l'autore Davide Manca

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