Il calcio AL femminile “tira”, ma non lo volevamo ammettere

Il calcio in versione rosa è uno sport tra i più praticati negli Stati Uniti. Eppure finora da noi è stato relegato e poco considerato. Volutamente purtroppo

di Marco Michelli
Marco Michelli
(51 articoli pubblicati)
le azzurre dopo la vittoria contro la ci

In pochi mesi, dalla qualificazione mondiale ottenuta dopo oltre venti anni, l’Italia di calcio femminile ha spopolato e raggiunto attenzioni e un seguito di pubblico inimmaginabili.

Tanti i fattori che hanno portato a questa esplosione, anche se per ricordarli bisogna partire da lontano ed evidenziare come finora, quantomeno in Italia, le donne avevano raccolto solamente le briciole, sia dal punto di vista della visibilità sia per quanto attiene l’interesse dei tifosi.

Beninteso, non stiamo parlando di un nuovo sport, come fosse l’hockey subacqueo, ma di una disciplina che negli Stati Uniti da almeno venti anni rappresenta lo sport più praticato e seguito dalle ragazze, con una nazionale che è ben più famosa e titolata di quella maschile.
Una sola menzione su tutte: nella finale mondiale disputata nell’estate del 1999 al Rose Bowl di Pasadena dalle statunitensi contro la Cina c’erano 90mila spettatori, e oltre un miliardo erano gli spettatori davanti ai teleschermi di tutto il mondo. In quegli anni Mia Hamm (e, dopo di lei, Alex Morgan o Hope Solo per citarne alcune) è diventata un’icona a stelle e strisce, paragonabile per fama a Tiger Woods o Michael Jordan, grazie all’intuito dei pubblicitari della Nike che capirono per primi la valenza di tale realtà sportiva, come anche il suo “valore” per le donne.

Ecco che l’avvento del calcio rosa da noi è collegato ad una serie di episodi non casuali che ne hanno amplificato le gesta: in primis, proprio l’effetto Nike che ha diffuso nel mondo le immagini e gli spot che ritraggono calciatrici vincenti e toste, quali modelli da imitare per spirito, orgoglio e coraggio. Ma l’altro fattore scatenante è stato il “fiuto” della Juve, Fiorentina e Milan su tutte, di creare una propria (grande) squadra e della televisione, che ha deciso non solo di di trasmetterne le partite, ma anche di valorizzarne i personaggi. 

Queste concause, oltre ai risultati che la squadra di Milena Bertolini sta ottenendo in Francia - e, sociologicamente, all'attenzione positiva che viene data a ciò che sembra "diverso" o "altro da noi" (anche se proprio non ci avremmo dovuto mettere così tanto) - stanno finalmente abbattendo quel tabù tutto nostrano di considerare il calcio un sport da uomini. E, come sempre, l’entusiasmo dilaga in modo inatteso, come testimonia l’audience tv delle partite.

Tuttavia, da qui a dire che l’italico pregiudizio sia superato ce ne passa, basti pensare alle discriminazioni incontrate dalle azzurre nella loro vita pallonara o, tanto per citare l'ultimo episodio in ordine di tempo, anche solo ai ridicoli commenti scatenati dalla fotografia che Aurora Galli ha messo su Instagram dopo la rete contro la Cina, che testimoniano ancora i tanti pregiudizi e l’arretratezza cultura del Paese (per la cronaca stava baciando la sorella ma se anche fosse stata la compagna che cosa cambiava?).

Da qui a dire che si arrivi al professionismo è difficile stabilirlo, perché siamo una nazione che si appassiona agli sport nei suoi picchi olimpici o mondiali (pensate alla scherma, canottaggio, nuoto, pallanuoto, biathlon, giochi paralimpici o quantaltro), ma che poi dimentica le gesta vissute e relega queste discipline a meri passatempi da confinare in un cassetto chiuso per i quattro anni successivi e senza pensare a quanti sacrifici facciano gli sportivi, olimpici e non, di federazioni che hanno le casse perennemente ridotte all'osso...

Insomma, le azzurre stanno contribuendo a modificare una cultura, insegnandoci a mettere da parte i pregiudizi. Ecco che, allora, la domanda della sfida settimanale è mal posta: il Mondiale femminile non ha bisogno di lanciare il calcio rosa verso il professionismo in Italia ma, semplicemente, di valorizzarlo per come merita. 

Il resto verrà da sé per far diventare il calcio femminile una straordinaria normalità. 
 
https://www.gazzetta.it/Calcio/nazionali/26-06-2019/azzurre-altro-boom-ascolti-bonansea-noi-meglio-campo-che-cucina-340381441787.shtml

La fonte dell'articolo è l'autore Marco Michelli

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10 COMMENTI

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  1. Lu - 3 settimane

    Ti giro il commento di Massimo Calisti che ritiene si potrebbe cominciare a fare qualcosa partendo già dalle radiocronache che sembrano ancora poco tecniche: si parla di tutto tranne che di schemi, di tattiche. I gol vengono raccontati mentre si parla d’altro.
    Forse qualcosa di più tecnico (non voglio arrivare a dire “professionale” perché Carmignani è un professionista) non guasterebbe, volendo dare credibilità a questo mondo che stiamo scoprendo.

    1. mwm - 3 settimane

      Anche la caratura delle telecronache è un aspetto da migliorare certamente. Nel futuro auspico che emergeranno anche commentatori specializzati

    2. mwm - 3 settimane

      Del resto anche la nascita di giornalisti specializzati farà aumentare l’indotto generale e, speriamo, anche quello culturale

  2. mwm - 3 settimane

    Basterebbe dargli la dignità che merita, come ogni manifestazione umana degna di questo nome

    1. Lu - 3 settimane

      Speriamo come dici tu il movimento che non finisca in naftalina, almeno per il grande pubblico fino alla prossima occasione

  3. Lu - 3 settimane

    E magari sabato perdono con l’Olanda e non ne sentiamo parlare per i prossimi quattro anni…

    1. Lu - 3 settimane

      Certo in caso di vittoria, considerando anche il fatto che giocano di sabato sarebbe un bel ritorno di immagine

  4. Lu - 3 settimane

    Prima di pensare al professionismo dobbiamo davvero eliminare atavici pregiudizi, in primo luogo di genere, ma non solo

    1. mwm - 3 settimane

      Pensa solo alle chiacchiere generate dal bacio tra la giocatrice svedese e la sua compagna danese quanto poco hanno a che fare con lo sport

    2. mwm - 3 settimane

      E parlare solo di calcio

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