Ho un sogno: le curve chiuse. Per sempre.

La soluzione per combattere il tifo violento è chiudere le curve, ghetto e zona franca per criminali incalliti, che per anni hanno goduto di un salvacondotto

di Giuseppe Di girolamo
Giuseppe Di girolamo
(102 articoli pubblicati)
VfB Stuttgart v VfL Wolfsburg - Bundesli

Ho un sogno: le curve chiuse. Per sempre. 

Se non fosse che, molto probabilmente, ci ritroveremmo quegli energumeni nel posto accanto al nostro, delle persone perbene che vanno allo stadio per fare il tifo, anche arrabbiandosi e imprecando, ma non facendo mai male a nessuno, vorrei che il Ministro Matteo Salvini prendesse questo provvedimento ora, prima di subito. Le curve sono un ghetto, il lato criminale del calcio, dove tutto è permesso. Bagarinaggio, spaccio, collusione con il crimine organizzato, questi e molti altri sono i metodi con cui si mantengono questi signori, e finanziano le coreografie, le trasferte fino in capo al mondo, e tutte le attività correlate al tifo, per così dire.

Come le riserve per gli indiani, le curve sono il posto dove da sempre, non potendo (o non volendo) sconfiggere il fenomeno del tifo organizzato, si è preferito relegare questi gentiluomini, sperando sotto sotto che azzuffandosi tra di loro, si estinguessero in modo "naturale", poco alla volta. Magari fosse stato così, non condivideremmo la nostra fede calcistica con questi esseri talmente ignobili e ignoranti, da emettere latrati razzisti anche se nella squadra di cui sono sostenitori militano giocatori di colore. Come dire che sei “negro” solo se giochi nella squadra avversaria, altrimenti sei “di colore”, o “nero”. 

Mentre noi persone comuni, tifosi o semplici appassionati, per assistere alla partita dobbiamo fare una tessera che riporta tutti i nostri dati anagrafici, dobbiamo passare i controlli come in aeroporto, neanche fossimo terroristi, stando bene attenti a non entrare con le bottiglie d'acqua o gli ombrelli, gli ultras in questi anni hanno tranquillamente continuato a portare all'interno degli stadi qualsiasi cosa, senza nessun problema.

Assistiamo in queste ore alla consueta e ormai stantia retorica del post morto da stadio. In tanti anni, più di trenta da quella primavera del 1987, quando mi innamorai del gioco del calcio, ne ho vissute tante, di domeniche con morti da stadio. Troppe, intollerabili domeniche col morto. Ma non solo. Ci sono state le domeniche coi petardi, con le monetine, coi fumogeni, coi razzi. Le domeniche dei 2 a 0 a tavolino, che sono cessate per magia, quando venne abolita la responsabilità oggettiva a carico delle società di calcio. Perché, anche se rispetto a una vita che si spegne per una ragione così assurda ed effimera, da non poter essere considerata una ragione, né tantomeno un motivo, sono tante le ingerenze che questi criminali della domenica, mettono in atto con i loro comportamenti.

E' arrivato il momento di dire basta. Tutti dobbiamo dire basta. Rifiutandoci di tuffarci nel mare caldo e rassicurante della retorica: sono pochi gli ultras violenti, non sono tutti teppisti. E poi: come faremmo senza i cori, le coreografie, gli sfottò? Provate a chiedere agli inglesi, che da quando hanno abolito il tifo organizzato, stanno benissimo, e continuano ad avere stadi pieni e rumorosi. Gridiamo la nostra indignazione di uomini liberi e civili, pretendiamo che la legge venga rispettata, fuori e dentro gli stadi, e che non ci sia uno spicchio di paese che ogni giornata di campionato, diventi una zona franca.

Non è più il tempo di tapparsi il naso, voltarsi dall'altra parte, di prendere (finti) provvedimenti con qualche soluzione palliativa, e aspettare sulla riva del fiume che il prossimo cadavere passi. Io non ci sto più.

Fonte: l'autore Giuseppe Di girolamo

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