Giallo come il sole, rosso come il cuore: la storia di Di Bartolomei

30 maggio 1994, la tragica fine di Agostino Di Bartolomei

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
diba

Sono le 8 di mattina del 30 maggio 1994 quando Di Bartolomei (non più Ago, non più Diba, non più il capitano dello scudetto e di tante altre battaglie, ma solamente, normalmente e banalmente un uomo qualunque andato a rinfoltire il desolato gruppo degli ex a vita) si alza dal letto.

Esce dalla camera in silenzio per non svegliare la moglie Marisa, ex hostess conosciuta nell’anno dello scudetto. Scende piano le scale della sua abitazione, apre un cassetto ed estrae una Smith & Wesson calibro 38. Di Bartolomei la carica, si sposta in veranda e, nel silenzio, ancora in pigiama, preme il grilletto e spara. Un colpo diritto al cuore.

«Giallo come il sole, rosso come il cuore».

Sono passati 10 anni da quella sfortunata finale di Coppa dei Campioni. Ed è il destino forse, quello che ha voluto che quello striscione partorito dall’ingenua fantasia di qualche tifoso, tornasse alla memoria. Perché nello stesso giorno, con cadenza decennale, al popolo romanista due volte il cuore si è fermato e due volte il sole si è oscurato. Perché quel giallo e quel rosso si sono sovrapposti, confusi e annullati, per poi riemergere con più forza di prima: mai come dopo quei due 30 maggio i tifosi hanno avuto bisogno di sole e di cuore. Destino poi, perché quel sole e quel cuore hanno corso lungo un filo dipanatosi attraverso 10 anni e con agli estremi gli spasimi di due diverse disperazioni, di due diverse generazioni.

Quelli che erano i campioni di ieri sono gli ex di oggi, quelli che sono i campioni di oggi saranno gli ex di domani, in una spietata continuità di ricambio fisiologico. E in mezzo a questo vortice senza un inizio né una fine, oltre agli anni che passano c’era anche Agostino, ma è rimasto vittima della sindrome da viale del tramonto. Non ha retto al grande vuoto che si era creato nella sua vita dopo l’abbandono del calcio. Finché sei là, sotto la ribalta, l’ambiente dello sport è un ambiente protettivo. Finché dura.

«Sto fra due mondi, ma non mi sento a casa mia in nessuno di essi», diceva Tonio Kröger riferendosi alla sua condizione di artista fuorviato. E tutti gli ex campioni sono sospesi tra il limbo dei ricordi e la banalità del presente, spesso senza riuscire a trovare una precisa dimensione.

Il dramma di Di Bartolomei è forse tutto qui, in questo ritrovarsi a essere artisti della vita. Non tanto per la celebrità o per il genio ma per la diversità e l’unicità con cui si dipana la matassa della loro esistenza.

In una sua canzone Bruce Springsteen dice che per arrivare un giorno a camminare nel sole, bisogna prima adattarsi a percorrere le vie secondarie, quelle più in ombra. Ecco, gli ex si trovano ad affrontare la problematicità di un percorso esattamente inverso a questo: ritrovatisi personaggi ad appena 20 anni, spesso arrivati a 40 sono costretti a reinventarsi uomini comuni. E proprio in questa anomalia risiede la caratura artistica della loro vita.

Dieci anni prima Diba era là, sotto i riflettori dell’Olimpico, all’apice della carriera calcistica. Dieci anni dopo Agostino viveva diviso tra piccole partecipazioni a imprese, proprietà immobiliari e vari progetti. Ha scelto di andarsene e lo ha fatto fedele alla sua immagine di anti eroe, senza grandi proclami, senza che intervenissero eventi sconvolgenti. Per lui ha agito la solitudine e il dolore. Ed è inutile stare a scavare e a sondare alla ricerca di una parola, di un nome, di un indizio.

Per capire quel gesto bastano le parole di uno come lui, anch’esso anti eroe, anch’esso a suo modo artista: Amleto. «Morire per dormire. Nient’altro. E con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore e le mille offese naturali di cui è erede la carne. Morire per dormire. Dormire, forse sognare».

 

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Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

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