Fernando Torres: il “niño” è diventato grande

La storia infinita del "bimbo" con il numero nove sulle spalle.

di Antonino Aloi
Antonino Aloi
(19 articoli pubblicati)
Real Madrid v Club Atletico de Madrid -

Faccia da "niño", forza, classe pura, spalle larghe con un'anima e ginocchia troppo fragili. Potrebbe essere questo l'identikit di uno dei numeri nove più forti degli ultimi quindici anni: Fernando Torres. Un predestinato dalle movenze inconfondibili, implacabile sotto rete: il prototipo dell'attaccante moderno che ha scardinato lo stereotipo del classico nove dai piedi ruvidi. Chi lo ha visto "scivolare come un torero sotto la Kop", Marianella docet, lo sa bene. Momenti estatici, impressi nella mente di chi ama il calcio,  sono stati sciorinati da Fernando nei modi più disparati: dribbling stretto a rientrare, colpo di testa impetuoso, progressione disumana palla al piede, un mostro d'area di rigore con le lentiggini. Ha sempre fatto la differenza a qualsiasi età, in qualsiasi stadio, con la rojiblanca o in nazionale piuttosto che ad Anfield. Forse però in realtà la vera differenza l'ha fatta la sua fragilità, fisica e mentale. Sono diverse le sliding doors della sua carriera, forse però le più significative sono quelle che vanno dalla stagione 2010 alla 2012. Il mondo del bimbo più famoso al mondo si capovolge, il suo pallone non scorre più, tutto ciò che tocca non diventa più oro, colpa anche di muscoli e ginocchia di cristallo. 

Abbandona il Liverpool degli spagnoli per il Chelsea di Abramovich, che per lui sborserà 50 milioni di euro, la sua Spagna abbraccia l'integralismo del tiqui taca e sembra non esserci più spazio per lui. Un mondiale vinto da comprimario, la prima mezza stagione con i Blues è deludente siglando solamente un goal. Il vizio del goal diventa la sua ossessione, un imbuto di depressione e sconforto, Torres non vede più il sole e soprattutto la porta. Colpa anche di un carattere fragile, l'ambiente Chelsea affamato di vittorie, pretende tanto da Fernando ma questa pressione non lo aiuta: è l'inizio della fine. Nonostante una Champions e una Europa League in Blues, Torres, non riesce più ad esprimersi ai suoi livelli, non rispetta le aspettative di un campione che non sente il calore della sua gente. Da lì, un altro Europeo vinto da panchinaro, una piccola parentesi a Milano sponda Milan e un fardello di giocatore "finito"  troppo pesante per chi ha bisogno di amore puro, di calore come quello di casa: l'Atletico Madrid.

L'ATLETICO MADRID UN PORTO SICURO PER TORNARE GRANDE

Il ritorno a casa, in rojiblanca, è un antidoto ai suoi mali dell'essere. Come il calore di una mamma fa , il Calderon, riabbraccia il suo figliol prodigo reo di essersi scottato come Icaro avvicinandosi al sole. Forse nel passaggio da Liverpool a Londra, Torres, ha fatto un passo troppo lungo per i suoi limiti psicologici. Simeone gli tende la mano, Fernando ritrova la sua squadra, quella di cui fu capitano e capocannoniere a soli 19 anni. Il niño ha aiutato i colchoneros a diventare grandi ed ora il suo pubblico aiuta lui a diventare grande, a crescere. Un destino beffardo ha fatto si che vincesse diversi titoli nei suoi anni più bui, l'Atletico nel frattempo ha anche vinto un titolo in Liga, e restituisce gioie pure a Fernando. Raggiunge i 100 goal in maglia rojiblanca proprio contro l'Eibar, squadra contro cui segna anche l'ultima sua doppietta quella dell'addio all'Atletico. Nonostante non si sia più espresso a livelli davvero importanti, Torres, riesce a togliersi la soddisfazione di vincere il primo trofeo con l'Atletico sollevando con Gabi l'Europa League. Un addio perfetto con 403 partite e 129 goal all'attivo, ma forse il goal più bello è stato l'abbraccio del suo pubblico che ha restituito sicurezza e tranquillità come solo una famiglia può fare. Una congiunzione astrale ha fatto sì che il bimbo prodigio chiudesse con il calcio che conta a casa sua, con un Wanda Metropolitano vestito a festa, unito nel segno del nove. Il nove è simbolo di compimento e dispersione, e il destino di Fernando è compiuto: Torres a casa è cresciuto, è diventato grande e si è riscoperto forte come Achille con il suo scudo splendendo senza bruciare più.

Fonte: l'autore Antonino Aloi

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