Ezio Vendrame, uno sfacciato con la faccia sporca

Si rinuncia all’allegria, alla fantasia, c’è meno tempo per i colpi di classe fini a sé stessi, adesso si gioca così

di Roberto Leonardi
Roberto Leonardi
(34 articoli pubblicati)
Ezio Vendrame

Per fortuna appare ancora sui campi di gioco, sia pure molto di rado, qualche sfacciato con la faccia sporca che esce dallo spartito e commette lo sproposito di mettere a sedere tutta la squadra avversaria, l’arbitro e il pubblico delle tribune, per il puro piacere del corpo che si lancia verso l’avventura proibita della libertà.

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio.

 
Ezio Vendrame è stato senza dubbio, con costanza, sempre fuori asse, coerentemente lanciato verso la libertà fino alla fine, accettando tutto quello che ciò comporta.
Chi segue una certa idea di calcio, resta a suo modo sempre bambino, anche se non lo sa, perché è quello che “vedi” con quegli occhi che ti fa restare agganciato, anche se sempre più debolmente, ancora un po’ al pallone.
Un “gioco” che è business, e negli ultimi anni ancora di più, con un’accelerazione dalla quale è impossibile tornare indietro. Ma del resto è nella natura umana, è giocato e gestito da persone, e rappresenta un microcosmo di quello che, come individui siamo: ci sono bei soldi in ballo, ed è vitale per il sistema che tutto continui a girare come da copione. Sempre più soldatini e meno teste matte. 

L’insieme regge senz’altro in maniera più sicura con meno variabili impazzite, vale su tutti i campi da gioco, dalla vita di tutti i giorni ai livelli più alti della società, inutile guardare indietro sospirando che una volta era meglio. C’è la tendenza ovunque, sempre più invadente, a rinunciare all’allegria, alla fantasia, c’è meno tempo per i colpi di classe fini a sé stessi, adesso si gioca così, e l’arbitro e i regolamenti sono sempre più rigidi, il tempo è denaro, la creatività un lusso che non rende.

Per fortuna di tutti, arriva ancora ogni tanto qualche sfacciato, che con i suoi colpi, le sue giocate senza tempo, ci riporta ad osservare le cose con lo sguardo giovane, quello che riesce a vedere lo splendore, il festoso schiamazzo che abbaglia tutto e che, anche se appena per il tempo di un sogno, nasconde il resto.

Questi giorni, purtroppo, è già stato scritto di tutto su Vendrame. Intendo purtroppo, perché se n’è andato, e in quasi tutti i titoli è stato accostato al nome di George Best: il Best italiano.  Calcisticamente paragone esagerato, George Best è stato pallone d’oro e ha giocato in uno dei Manchester più grandi vincendo anche una Coppa Campioni, inoltre nessuno dei due avrebbe gradito il fatto di essere etichettati, ma senza dubbio entrambi hanno lasciato una scia di aneddoti per raccontarli, uno di questi è anche un titolo di un libro: “Se mi mandi in tribuna godo”, e prende spunto da una partita in cui non fu incluso neanche tra i panchinari, occupò i novanta minuti del match, più intervallo, intrattenendosi con una tifosa nei bagni del San Paolo.  Ricorrenti nei suoi ricordi calcistici le miserie delle partite da “sistemare”, quelle dal risultato già stabilito, il doping a giocatori ancora troppo ingenui, e forse per questo si è esaurito quasi subito il suo amore per il calcio. Aveva visto abbastanza per capire che quel tipo di mondo non faceva per lui.

Ha lasciato l’ambizione di diventare una stella dribblandola con un paio di finte delle sue (come quella volta che dribblò i suoi compagni fino ad arrivare quasi all’autogol, per ravvivare un Padova-Cremonese già deciso) e si è messo a correre dalla parte opposta, fino alla fine.

Fonte: l'autore Roberto Leonardi

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