Era un calciatore, si sognava attore, faceva rima con Piero Pastore

Storia di un grande centroattacco che sognava Cinecittà e Greta Garbo

di Stefano Bedeschi
Stefano Bedeschi
(31 articoli pubblicati)
PIERO PASTORE

Raccontava Caminiti: «Combi, Rosetta, Allemandi, Grabbi, Viola, Bigatto, Munerati, Vojak, Pastore, Hirzer, Munerati. È la Juventus che vince il secondo scudetto, e vi gioca un centrattacco innamorato delle stelle, da intendere come dive e miss, passa le ore parlando di Greta Garbo, cucendosi addosso, mentre segna goal che quasi spaccano la rete, nuove parti da primo attore. Si vede attore, si sogna attore. Fa rima con Pastore.

È un padovano che la Juventus ha prelevato dalla società calcistica di quella città, non possiede una tecnica vistosa, ma fa goal con benedette ciabattate. La Juventus squadra di calcio ha archiviato le patronesse e prefigura quello che sarà tra breve una macchina da goal.

In questa compagnia, Pastore innesta il suo scatto e la sua stoccata fegatosa. Ha un coraggio malandrino nell’avventarsi su tutte le traiettorie, appena possibile tira in porta da qualunque posizione. Lui ci prova, la fortuna e l’estro lo assistono spesso e volentieri.

I programmi della Juventus, sempre più ambiziosi, lo escludono in vista del campionato 1927-28. Finisce alla Lazio e vi giocherà per tre stagioni, inseguendo il suo sogno dorato. Poche particine e niente di meglio, non diventerà mai l’attore che avrebbe voluto, non incontrerà mai Greta Garbo».

«Tra i molti giocatori che hanno indossato la gloriosa maglia bianconera della Juventus – scrive Dante Pepi su “Hurrà Juventus” – Piero Pastore era al tempo stesso play-boy del mondo cinematografico italiano dei tempi passati. Fu in occasione di un concorso indetto da una nota casa cinematografica che Pastore vinse alla grande, che emerse come una promessa di divo della celluloide.

Come primo film interpretò “La leggenda di Wally”. Nel 1931, interpretò la parte principale in “Acciaio”. Questo film fu quello di maggiore successo interpretato da Pastore, il quale prese parte anche ad altre pellicole sempre come protagonista, quali “Porto”, “Aldebaran” e infine uno sportivo: “Io, suo padre” accanto a Clara Calamai, Erminio Spalla ed Enzo Fiermonte.

A Torino si acclimatò subito, l’ambiente gli si confaceva perfettamente, la squadra girava a meraviglia, e il nostro uomo segnava goal a valanghe. Nel 1928 in occasione delle Olimpiadi di Anversa, l’allora commissario tecnico azzurro cavalier Augusto Rangone, convocò anche Pastore per la trasferta in Olanda, dove però non giocò nessuna partita in squadra.

Di questo però il nostro buon Piero non ebbe mai a dolersene, per lui era già assai essere stato preso in considerazione per la gita nella terra dei mulini a vento e dei tulipani, per il resto era deciso anche ad attendere.

Le belle ragazze piacevano ai nostri giocatori e gli azzurri erano di moda. Naturalmente in cotanta compagnia il super divo era Piero Pastore, il quale fra l’altro aveva trovato modo di dare all’abito e al berretto un tono chic differente dagli altri. Guardava le donne con uno sguardo fascinoso, fatale, assassino: testa bassa e occhi voltati all’insù.

I compagni lo chiamavano Cicca. Faceva l’occhiolino a due belle tipe olandesi, auto a disposizione, eleganza abbagliante. In seguito poi si seppe che erano madre e figlia. Cicca non sapeva a quale avrebbe concesso i suoi favori. Egli divideva la camera con Magnozzi, e complice il motorino livornese, i compagni congiurarono contro di lui. Rossetti prese una bella rosa e andò a metterla sotto il guanciale del divo. Dal buco della serratura, dove fra i giocatori italiani si era formata una vera coda di curiosi, si vide Pastore prendere la rosa, baciarla, rimetterla sotto il guanciale, addormentarsi così. E così di seguito per alcune sere.

Pastore andava ripetendo agli amici che una delle due, o madre o figlia, gli voleva bene, oppure addirittura tutte e due. Forse. Chissà? I compagni facevano finta di non crederci ed egli li conduceva a vedere. L’ultima sera, prima della partenza, Cicca non parlò di rose, non disse nulla. Al posto della rosa porporina ci aveva trovato un topo morto con la coda lunga così…».

Fonte: l'autore Stefano Bedeschi

DI' LA TUA

0
0 COMMENTI

Inserisci qui il tuo commento

Gazzetta Fan News

Modifica password

Inserisci la password attuale: Inserisci la nuova password: Conferma la nuova password:

Grazie per il tuo commento!

Il commento sarà pubblicato appena moderato.

Grazie per aver compilato il form

A breve riceverai un feedback dallo staff di Gazzetta Fan News.

Grazie

Hai completato la tua registrazione! Inizia subito a partecipare alla community di GazzaNet

Continua la tua navigazione

Login

RECUPERA PASSWORD

Per recuperare la password inserisci la tua email.



Inserisci la tua nuova password.